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Il Borghese

Il Chiamparino pensiero

E‘ tutto colpa della crisi. Proprio tutto, persino se un villaggio che ha ospitato atleti olimpici è diventato uno dei più grandi campi profughi d’Europa, come addirittura Al Jazeera ha certificato. Questo almeno è il pensiero di Sergio Chiamparino, oggi governatore del Piemonte e nel 2006 sindaco di Torino, che a dieci anni dai Giochi orgogliosamente rivendica le proprie scelte. Sostanzialmente – dice ­rifarei tutto. Assolutamente condivisibile se pen­siamo alla metropolitana, al Palaolimpico e ai suoi concerti internazionali, ai parcheggi del centro e al riallestimento dei nostri musei che ci hanno per­messo di diventare  una grande città d’arte. Un avvenire luminoso macchiato però da buchi neri. Del Moi abbiamo detto, ma basta fare poche decine di metri a piedi per ri­trovarsi davanti allo scempio delle ar­cate di quelli che erano stati i mercati generali e che sono diventate la ribalta degli atleti del 2006. Tutto devastato, fatto a pezzi per gioco da chi eviden­temente ha la certezza di essere im­punito perché su quel pezzo di Torino da dieci anni non vigila nessuno. Se poi si vuole prendere la macchina la gita nel disgusto la meritano le vestigia degli impianti sportivi di Pragelato (stadio del salto) e di Cesana con la sua pista di bob. Anche lì solo devastazione, spreco e rovine. Di chi la colpa? Tanto vale riaf­fidarsi al Chiamparino pensiero: in valle sono state le federazioni, Coni in primis, che non hanno tenuto fede alla parola data; in città è stata lei, quella maledetta crisi che ha messo i bastoni tra le ruote di una valorizzazione immobiliare che avrebbe dovuto trasformare il Moi in un nuovo quartiere residenziale e pieno di servizi. Variabili impazzite che, dice Chiamparino, «neppure i soloni della finanza sono riusciti a prevedere». An­cora una volta tutto vero, ma questa giustificazione stride con la parola d’or­dine che vuole accompagnare le ce­lebrazioni per i dieci anni dei Giochi Olimpici: cambiamento. Che non può essere sinonimo di improvvisazione o, peggio, di accettazione passiva degli eventi, crisi compresa. Perché alla sua base deve esserci la programmazione. Quella che c’è stata per la metropolitana ma che evidentemente è mancata al Villaggio Olimpico. Una macchia, un buco nero che con gli anni si è allargato fino a diventare un’emergenza che, da gestibile, oggi appare quasi irrisolvibile.



 

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