img_big
News
REPORTAGE Le strutture di Torino 2006 a 10 anni dai Giochi

Olimpiade sprecona: impianti abbandonati e quei milioni buttati

A sinistra c’è il centro di raccolta rifiuti, a destra la strada che porta a Pragelato. In mezzo, sul margi­ne di una rotonda, ecco Neve, Gliz e Aster: sembra­no reduci da una battaglia, sono sporchi, hanno ormai cambiato colore, il bianco è diventato un grigio-marrone. Neve è anche menomata: il braccio destro, quello che era alzato in segno di saluto, è spezzato, scomparso. Come i loro colleghi rimasti a Torino tra via Artom e via Onorato Vigliani, sono abbandonati al loro triste destino, un destino condi­viso da alcuni degli impianti costruiti per i XX Giochi Olimpici invernali di Torino 2006, un tempo fiore all’occhiello dell’Italia e oggi dimenticati.

È sufficiente raggiungere il vicino “Stadio olimpico del salto” per rendersi conto dello sfacelo. L’area è circondata da una recinzione, ma il cancello è aperto, catena e lucchetto sono buttati a terra. Chiunque può entrare e uscire indisturbato. C’è anche la scritta “Benvenuti” sullo striscione scolo­rito con i colori di “Torino Olympic Park” e un “Experience the Passion” in bella mostra per attira­re turisti. Peccato che qui non se ne vedano da anni. E nemmeno atleti. Dopo Torino 2006 i due trampo­lini olimpici costati (insieme ai tre più piccoli per gli allenamenti) 34,3 milioni di euro più altri 1.161.226 di manutenzione annuale non hanno ospitato nessun’altra gara, né internazionale né locale, nemmeno una sfida tra amici. E pensare che nel 2007, come si legge sul sito dell’allora Provincia di Torino, venivano decantate le meravigliose atti­vità che si potevano svolgere qui: dallo snowtubing («un’attività divertente soprattutto per i bambini», viene precisato, sottolineando le bellezze delle di­scese su grossi copertoni) alle «Visite guidate allo stadio del salto a Pragelato», perché «vedere di persona da dove si lanciano gli atleti del salto è un’esperienza unica».

Una visita guidata costava 4,5 euro a persona, ma gli ignoti che hanno depreda­to i trampolini non hanno certo pagato il biglietto. Sono entrati e hanno portato via quello che c’era da portare via, rame soprattutto. E hanno distrutto il resto: le coperture verdi sono strappate, le luci che corrono lungo le scalinate spaccate, gli impianti elettrici spariti. Le strutture metalliche a fianco delle piste sono arrugginite in più punti e comincia­no a essere traballanti. In cima al trampolino più basso (il K 95) c’è la prima costruzione, nel punto di arrivo della seggiovia costruita ad hoc: dietro la vetrata con i cinque cerchi olimpici bianchi ci sono scrivanie e teche, buttate alla rinfusa sopra un tappeto di vetri rotti. Sotto c’è un locale tecnico, la cabina elettrica è stata depredata, ci sono gli “stalli” di partenza per gli atleti, pezzi di ricambio, sacchi di sale, una stampante e anche un tabellone elettroni­co. Lì vicino c’è la cabina di comando della seggiovia, il vetro è sfondato, all’interno c’è un tavolino con un diario per bambini.

Sulla destra si trova la seconda torretta, quella che porta al trampolino più alto (il K 125), con lo striscione di Top scolorito e strappato. Sopra i piloni di acciaio alti 12 metri un’altra costruzione, le vetrate con gli adesivi olim­pici, sul “balcone” un palo divelto che un tempo portava l’elettricità. A metà della discesa c’è un altro edificio, in legno: è la “Judge’s tower“, la torre del giudice, come dice un cartello con i colori stinti di Torino 2006. La porta al piano terra è aperta: sono i locali che ospitavano le postazioni dei giudici, quelle televisive, l’area allenatori e i “servizi mete­reologia”, con tanto di errore, visto che in italiano la forma corretta è meteorologia. Non se n’è accorto nessuno nel 2006, difficile che le persone che si sono introdotte in questa torretta si siano poste il dubbio. Anche qui tavoli e scrivanie buttati ovun­que, cabine elettriche aperte e svuotate, sul muro due impronte del palmo di una mano fatte con il sangue e altre tracce ematiche sulle scale che porta­no al piano di sotto. Distruzione e desolazione ovunque. E le due sbarre chiuse con catena e luc­chetto in mezzo alla strada asfaltata sanno di beffa: non c’è la recinzione.

CORRI IN EDICOLA E SU CRONACAQUI DI OGGI TROVI NOTIZIA COMPLETA E FOTO

 

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Giubileo - Casa funeraria
Precedente
Successivo
Precedente
Successivo