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Cronaca
Il ritratto della donna divisa tra relazioni sessuali e voglia di stabilità

Gli sms dell’amante rifiutato: «Stordita, mi fai impazzire»

Quando una indagine diventa caso mediatico, si finisce sempre per scordarsi della vittima: nel caso di Elena Ceste non è stato possibile, perché tutte le chiac­chiere, le voci di cui aveva paura in vita si sono scatenate anche alla sua morte e persino dopo, dal momento che nel documento del giudice Roberto Amerio viene de­finita « dedita all’evasione, al li­bertinaggio e all’erotismo in gio­vane età » con una « latente incli­nazione alla disinibizione ».

Il giudice scrive che in un caso così complesso occorreva « cerca­re di comprendere chi fosse Elena Ceste », in una parte di quella che è stata definita « autopsia psicolo­gica ».

MOGLIE SUCCUBE

Allora ecco le testimonianze dei vicini che inizialmente dicevano di non conoscerne neppure il co­gnome, ma pure quelle di chi l’ha conosciuta da giovane. Il ritratto di Elena è quello di una donna dalla « personalità organizzata in modo difensivo, chiusa e tenace nel mantenere una barriera verso la realtà esterna ». Viene tratteg­giata una persona tendente a sog­giacere ad altre personalità, fino ad accusare quasi un temporaneo « deficit psicologico ». Come nel « tacito accordo esistente tra ma­rito e moglie » nel quale lei com­pensa la sua voglia di evasione trovando una persona che le offre una famiglia, ma che non basta a superare quella «psicosi» che era in lei: ossia il desiderio di tra­sgressione, ma con il timore delle conseguenze, delle chiacchiere di paese, di venire additata per il suo comportamento.

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