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Il Borghese

Il massacro di Elena

Nel gran dibattito su cosa sia famiglia e cosa non lo sia, occorre tenere in conto anche le estensioni tipiche della famiglia italiana: il bar e le case dei vicini, tanto per cominciare. Tutti luoghi dove si finirà per cercare ragioni e segreti di matrimoni in crisi o meno, ma persino il movente di un omicidio. Anzi, di un femminicidio a volerla dire in termini adeguati alla realtà attuale, dove occorre trovare parole che suscitino indignazione, come per i «crimini d’odio», come se il reato di omicidio non fosse di per sé sufficiente…

Nei bar e nelle villette di Motta di Costigliole si cercano gli elementi mancanti al puzzle sull’esistenza di Elena e Michele Buoninconti. C’è il testimone che, parlando di uno dei presunti amanti della Ceste, sottolinea come al bar non si siano mai interrogati sul fatto che fosse fedele o meno alla moglie, ma di certo dicevano che «quella se la bombardava», riferendosi alla poveretta scomparsa. Al­trove, invece, si giudicavano i problemi di casa d’altri perché i bambini erano sempre fuori in giardino, o perché la mamma urlava sempre troppo con i figli – tutti grandi edu­catori, con la prole altrui -, perché lei sem­brava sempre affannata e alle volte aveva l’aria triste… E via discorrendo.

Il giudice Roberto Amerio ha pescato anche di qua, oltre che dalla testimonianza del parroco – che comunque si è avvalso del segreto confessorio – come nella migliore tradizione di Strapaese, per motivare l’odio montante di Michele Buoninconti nei con­fronti della moglie. La quale, uccisa senza possibilità di difendersi, non ha protezione neppure da morta: la sua vita privata è servita nera su bianco, proprio quello che lei temeva di più. D’altra parte, per motivare una condanna a 30 anni di galera in un processo indiziario, quello che occorre è un quadro il più possibile chiaro e dettagliato. La similitudine con Cogne non è affatto campata in aria: al di là del fatto che anche lì c’era una famiglia stile Mulino Bianco che tale forse non era, all’individuazione del colpevole si arriva per esclusione di ogni altra ipotesi. Un po’ come accade nella disfida tra periti sulle cause della morte di Elena: rimarca giustamente uno di loro che, se la possibilità di morte per assideramento è di una su un milione, «l’ipotesi che sia un omicidio è 999.999 volte più probabile». Non fa una grinza. Così come è inoppu­gnabile il fatto che, quando una donna viene uccisa, per prima cosa si indaga sul partner, o sul marito. Da questo punto di vista, la cronaca nera decisamente non ren­de onore alle famiglie. Neanche al bar.

 

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