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Il Borghese

Bastava la tazzina di caffè…

Cold case. Ovvero delitti irrisolti. Gli americani ne hanno fatto una serie tivù di grande successo, di­mostrando che la verità non ha una data di scadenza e non basta il tempo per cancellare le colpe di un assassino. Senza ricorre alla finzione scenica, le nostre cronache sono punteggiate di delitti senza colpevoli, di donne assassinate senza un motivo apparente, di sparizioni misteriose. Gialli senza una soluzione. Ma soprattutto criminali che se la ridono, uomini che si sono ricostruiti una vita, che hanno figli e magari nipoti. Nella realtà, a differenza delle fiction, fare giustizia dopo tanti anni è difficilissimo. Magari si sfiora la soluzione del mistero, si arriva persino ad un nome, ad un’incriminazione. Ma poi manca sempre la prova regina. L’arma del delitto, il vetrino con le tracce biologiche, persino una tazzina di caffè. È la storia che ci raccontano due casi che sono tornati alla ribalta dopo decenni. Quello di Lidia Macchi, violentata e uccisa nel 1987, forse da un compagno di scuola che oggi è in carcere per una vecchia lettera che un perito afferma essere stata scritta da lui. Un indizio che potrebbe essere confermato da una prova schiacciante e risolutiva se un magistrato non avesse ordinato la distruzione di alcuni re­perti legati al caso che forse ingombravano gli archivi della procura di Varese. E tra questi 12 vetrini con il liquido seminale dell’uomo che ha stuprato e poi ucciso la ragazza. Sarebbero bastati dieci minuti per incrociare i dati e invece adesso si vanno a cercare vecchie foto di una vacanza a Pragelato per scoprire se il presunto assassino quel 5 gennaio di 29 anni fa avesse in mano le racchette da sci o un coltellaccio da cucina. Idem come sopra per Giorgia Padoan, una ragazza uccisa il 9 feb­braio 1988 in un appartamento di via Got­tardo. Studentessa, anche lei ventenne come Lidia, anche lei bellissima. La madre la trovò sul divano del tinello, soffocata con una ca­tenella. Intorno il disastro, come a simulare una rapina finita male. Sul pavimento una macchia di caffè e l’impronta di una scarpa maschile. La scientifica fotografò i particolari e anche quella tazzina. Basterebbe averla per incastrare un amico che finì indagato dalla Procura. Basterebbe, ma non è possibile. Chis­sà come, la tazzina non c’è più. Quanta dif­ferenza tra i casi costruiti da abili registi e la realtà delle cose. Complice il pressapochi­smo, si spera. O comunque una cultura dell’oblio motivata dallo stragrande numero delle cause, da logiche d’ufficio, insomma dalla burocrazia. Peccato che quelle fotogra­fie nei faldoni, i sorrisi di Lidia o i capelli biondi di Angela, restino lì, ad invocare giu­stizia.

 

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