Cronaca
RETROSCENA La polizia a Pragelato per cercare conferma all’alibi di Binda

La verità sull’omicidio Macchi in un hotel delle valli olimpiche

L’hanno trovata in un bosco, riversa su un prato pieno di sirin­ghe. Uccisa in una fredda notte d’inverno, il corpo sfregiato con 29 coltellate. Si chiamava Lidia Macchi, aveva 20 anni e tanti sogni. Studiava Legge alla Stata­le, e nel tempo libero frequentava l’ambiente di Comunione e Libe­razione. Era il 5 gennaio 1987. L’inizio di un giallo ambientato nel Varesotto che sembrava de­stinato a rimanere senza finale e ora invece viene riaperto, con un’indagine che arriva fin qui, in provincia di Torino, in un alber­go della Val Chisone.
  Dopo 29 anni di misteri, indagini andate a vuoto e depistaggi viene mostrata una lettera impolverata in tv. Una poesia inviata alla fa­miglia di Lidia il giorno dei fune­rali, finita in chissà quale casset­to della questura. Una telespetta­trice dice di riconoscere la grafia, fa un nome. E Stefano Binda, 48 anni, ex compagno di liceo della
 vittima con cui poi avrebbe fre­quentato l’ambiente di Cl, finisce in manette, accusato di essere il killer. Caso chiuso? Per niente. Perché i tasselli da ricomporre sono ancora tanti. E uno dei più importanti, in grado di confer­mare o smentire l’alibi del pre­sunto killer, è andato perduto per sempre. Sono i registri della “Casa Alpina don Barra“, la struttura voluta dal prete scrittore di Pine­rolo per ospitare gruppi di giova­ni poi trasformata in hotel a tre stelle.

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