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Cronaca
Parla l’imprenditore che ha ricevuto la testa di maiale e al quale chiedevano 100mila euro

«Non ho pagato, però ho paura. Ho portato all’estero la famiglia»

Una strada ai confini di Torino, tra capannoni, piccole aziende e una panetteria-emporio. Qui, dietro porte e finestre chiuse con le inferriate, c’era la ditta di Simon Marco Longato: macchinari per l’imbustamento industriale. Lui ci viene incontro in strada. Ha un abito gessato blu, il volto serio. Sa di cosa vogliamo parlare, perché da unpaio d’ore la notizia ormai è su tutti i siti e lui è l’imprenditore che ha contribuito a far scattare l’operazione. Lui è quello che ha ricevuto la testa di maiale. «Non sono un eroe, non ho denunciato nessuno», dice per prima cosa, mentre un camion passa sulla strada. Non ha sporto denuncia, ma ci ha pensato. Così come ha pensato più volte di pagare i 100mila euro. «Io – spiega – sono stato convocato dai magistrati e lì ho scoperto che ero stato intercettato. Sapevano già tutto. Io, semplicemente, non ho negato nulla». Non è comunque un gesto da poco: lo sa che gli altri non l’hanno fatto? Il suo è stato un inizio… «Certo, c’è stato un inizio, ma deve esserci una fine. Lo Stato deve fare la sua parte, ora. Fino in fondo. Con le leggi, le condanne». «Io ho paura, certo che ho paura. È per questo che sono andato all’estero: oggi mi trovate qui, ma per caso. Non vivo neppure più in Italia». L’ha detto anche ai carabinieri, quando è stato sentito. Ha raccontato di quando, nel 2016, nella sua azienda è arrivato un biglietto indirizzato: «Sono Max il lavandaio, contattami».

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