Il Borghese

Il cambio di mentalità

In un periodo in cui siamo tutti alla ricerca di notizie di buon auspicio, non possiamo che accogliere con entusiasmo quella che vede Torino in testa alle classifiche di gradimento per il Capodanno, con pre­notazioni per ben il 90 per cento delle camere d’albergo in città, con i siti Internet del settore che promuovono la nostra città più di Firenze e Venezia. Torino vince la sfida alle capitali turistiche per la qualità della sua accoglienza e per la convenienza. Il suo fascino, l’of ­ferta artistica e museale erano d’altra parte noti da tempo. Torino diventa così ufficialmente un luogo dove andare in quei giorni che sembrano consacrati al divertimento. E comprendiamo bene l’appello di esercenti e albergatori a non chiu­dere la città: nel senso che occorre certo uno sforzo importante, ma è necessario che Torino non cada nella solita trappola dell’abitudine della città-fabbrica che non è più, ossia quella di chiudere per ferie o causa festività. Bar e ristoranti saranno aperti per il primo dell’anno e non soltanto nel centro aulico: anche al di fuori della cinta nobile, molti faranno il sacrificio di rinunciare a santificare la festa alzando la serranda e offrendosi a disposizione sia dei torinesi sia dei turisti. Insomma, la città dimostra di far la sua parte. Ma una parte del carrozzone statale – sempre lo Stato, quello da cui partono gli inviti a cambiare mentalità, a diventare europei, a dimenticare l’orario di lavoro come re­taggio antico – invece ricade nell’antico vizio: il Polo Reale, quello che dovrebbe essere l’ultimo gioiello incastonato in un diadema preziosissimo, sarà invece chiu­so, sprangato. Con buona pace anche del ministro che, a suo tempo, all’inaugura ­zione, ne aveva tessuto lodi straordinarie. Torino prova a cambiare mentalità da sola, allora. Cerca di non essere più quella città dove, in estate, a qualche turista in pieno centro, che si azzardava a varcare la soglia di un ristorante dopo le 14, veniva risposto «la cucina è già chiusa». Torino muta le sue abitudini con i supermercati dove fare la spesa di notte; con orari prolungati per cinema e ristoranti. Cerca di strappare il tempo che può, di vivere di più per non soccombere di fronte alla crisi e alle esi­genze di una società che ha mutato co­stumi. Ognuno fa la sua parte, anche i semplici cittadini, i lavoratori che accet­tano, con la speranza che serva per il futuro, imposizioni dall’alto. Da quella vetta dove, in barba a tutto, si ritiene di poter continuare a fare il proprio como­do.

 

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