Il Borghese

La politica delle buche

Cera da aspettarselo che sulle nostre strade in sfacelo sarebbero aumentati gli incidenti e, tri­stemente, i casi di morte. Bastava forse mettere in fila le richieste di aiuto dei sindaci, orfani di un ente come la Provincia che, nel bene o nel male, ha sempre badato alla manutenzione delle strade, per rendersi conto che la sicurezza era in pericolo tra buche, avvallamenti e rappezzi fatti al risparmio. O peggio, alla totale mancanza di protezioni su certe strade di montagna, senza parlare di quelle carrozzabili dove occorre farsi il segno della croce prima di imboccarle. Ora un rapporto della Regione traduce in cifre l’in- sicurezza sulle strade e offre un elenco di dati sulla pericolosità del nostro Piemonte da mettersi le mani in testa. Siamo una regione colabrodo, con un ca­poluogo colabrodo. E a corollario ci è dato di scoprire che questi incidenti costano assai alla sanità pubblica, quasi fosse stato un vezzo volare fuori strada o farsi in­vestire. Spendiamo dopo, per curare i feriti e seppellire i morti, mentre potremmo investire prima per garantire sicurezza. E salvare delle vite. Una visione miope e quasi truffaldina nei confronti di una co­munità che fa il proprio dovere, paga le tasse, paga le multe, sopporta i radar disseminati quasi ovunque, ma è costretta a viaggiare sulle mulattiere. Quale sia sta­ta la politica in questi anni sul territorio, ve la racconto da canavesano di adozione, costretto quasi ogni mattina a percorrere la 460 per arrivare a Torino. Un viaggio tra code, buche, sorpassi di automobilisti in­disciplinati, spazzatura lungo i bordi. E tante fotografie di vittime sfortunate con piccole fioriere e ricordi di parenti affranti. Ebbene, da almeno vent’anni sento pro­mettere dai politici di turno che sono in previsione lavori di messa in sicurezza, ma raramente ho visto anche solo un piccolo cantiere di manutenzione. Balle belle e buone, interrotte da altre promesse quan­do l’asfalto si tinge di rosso. Ora ci dicono che la Città Metropolitana è pronta a cac­ciare fuori i soldi dopo un paio di anni di silenzio, causati forse dall’inutile funerale della Provincia. Si parla di otto milioni contro i due e mezzo spesi quest’anno. Peccato che nel 2015 che va a finire il fabbisogno fosse di almeno 12 milioni. La spiegazione la conosciamo bene: non ci sono i soldi per le strade. Né in provincia, né a Torino dove, tra parentesi, si verifica oltre il 70 per cento degli incidenti. Troppo semplice, ci pare. Perché i soldi si devono stanziare là dove esiste un’emergenza ve­ra, magari sacrificando una mostra, un vertice di spicco, il ripianamento di una controllata che spende e non produce. La strada è emergenza e lo dimostra il triste connubio con la sanità che è costretta ad investire almeno venti milioni per le cure di chi incappa in una maledetta buca, e di conseguenza lamenta i maggiori costi. Un cane che si morde la coda, mentre la politica non pianifica e si limita a mettere qualche taccone dove la buca è più pro­fonda, sperando che la pioggia non si porti via quel poco di asfalto freddo che non è altro che ghiaia dipinta di nero. Come fosse un presagio.

 

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