Il Borghese

I gioielli di famiglia

In fondo è bello, ogni tanto, lustrare gli argenti di famiglia. Ricordarne la storia, rievocarne la pro­venienza, la tradizione. E in fondo loro, i negozi storici, sono parte del patrimonio di quella famiglia allargata che è la nostra città. Che cosa sarebbe Torino senza i tramezzini di Mulassano, le cravatte di Jak Emerson, la cioccolata di Peyrano, il caffè da Baratti&Milano, la cioccolata la domenica mattina al Bicerin. Abbiamo vissuto dei lutti in tutti questi anni, vuoti che non possono essere rammendati o sostituiti da vetrine ipermoderne e luci a led. Perché è la storia che non può essere costruita se non con il tempo e ciò che viene dopo non può per definizione essere antico. Ha chiuso Paissa in piazza San Carlo, spe­gnendo per sempre la luce soffusa su quelle vetrine che erano casseforti del buon gusto con le bottiglie allineate con precisione, il lucido delle carte stagnole, i barattoli di conserve preziose, le latte azzurre con il caviale Beluga. Ha chiuso e non certo per la disaffezione di una clientela che si perpetuava di genera­zione in generazione, quasi che com­prare da Paissa fosse una tradizione di famiglia. Ha chiuso semplicemente per­ché un affitto di qualche decina di mi­gliaia di euro al mese è insostenibile anche per chi è un pezzo della nostra storia. E come Paissa hanno chiuso in tanti in questa stagione di crisi e di caro affitti che ha desertificato o almeno im­poverito il nostro centro. Perché una grande catena di abbigliamento, pur ga­rantendo un posto di lavoro a tanti giovani, non può certo offrire quel fa­scino che fa delle nostre vie un’attra­zione anche per i turisti sempre più incuriositi dalla tradizioni di una città. Colpa del mercato e delle sue immutabili forme, si dirà. Ma lasciateci dire che vendere i gioielli di famiglia è sempre un delitto. E che la politica dovrebbe in­ventare qualcosa per difendere negozi che magari hanno cento e più anni sulle spalle e, come cittadini anziani, sono quindi meritevoli di cure e di riguardi particolari. I 387 torinesi che hanno portato in Comune la loro petizione per difendere i locali storici, la loro proposta l’hanno fatta: vincolare le destinazioni d’uso delle attività, così che al posto di un antico caffè non possa nascere da un giorno all’altro un supermercato o un grande store di elettronica. In Lombar­dia, in Veneto e in Sardegna già succede mentre a casa nostra ci si affida alla sorte confidando nel buon gusto di chi verrà dopo. Un po’ poco. Perché non si può solo aspettare che qualcuno, in questo caso la Reale Mutua, decida di investire nella ristrutturazione di un gioiello di­menticato come il Turin Palace il più torinese degli alberghi torinesi, travolto anche lui da un crac che aveva occupato le prime pagine dei giornali qualche anno fa. Anche perché spesso l’attesa è troppo lunga prima che, come ieri, si torni a vedere la luce risplendere. Il Turin Palace, ed è un caso tra i tanti, è rimasto a prender polvere, chiuso e spettrale, per più di un decennio.

 

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