Il Borghese

L’ottimismo è speranza

Sembra paradossale, ma in questo periodo di al­tissima tensione e di angoscia che grava su tutti noi, la consueta fotografia dell’Italia fatta dall’Istat ci regala una buona notizia, una di quelle di cui abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Cresce la fiducia dei consumatori, ai livelli più alti da vent’anni a questa parte, mentre quella delle imprese raggiunge i picchi pre-crisi. Fiducia nel miglioramento della si­tuazione economica, nell’uscita, infine, dal tunnel della crisi. Secondo l’Istat crescono gli ottimisti e calano i pessimisti. In realtà l’ottimismo dei consumatori non è del tutto condiviso dalle imprese, soprattutto per quanto riguarda manifattura e commercio al dettaglio. Per il centro studi di Confcommercio la ripresa c’è ma è lenta, soprattutto a causa delle zavorre del nostro sistema-Paese, con burocrazia, carico fiscale e deficit strut­turale. La fiducia dei consumatori è però un dato importante, perché l’ottimismo è uno stato d’animo che va di pari passo con la speranza e con il desiderio di migliorare. Gli italiani sono stufi di «lacrime e sangue», o di sentir parlare di una austerity che non ha portato a nulla di concreto. Tutte le misure draconiane del governo dei Professori, in­fatti, si sono trasformate se non in autogol in pannicelli caldi. Come se si fosse voluto congelare una situazione prima che de­generasse, come quelli che, affetti da ma­lattie terminali, sognano di essere ibernati per svegliarsi quando la scienza avrà tro­vato una cura. Ma gli ibernatori, in questo caso, dovrebbero essere quelli in grado di trovare la cura… Tocca allora ai cittadini, ai consumatori mostrare di avere la speranza che spinge anche a volersi bene di più, riprendendo i consumi che rappresentano l’autentico volano dell’economia. Certo, le banche stranamente hanno ripreso a ero­gare mutui e fanno a gara nell’offrire le migliori condizioni sui prestiti personali. Ma tutto questo sarebbe inutile senza la fiducia nella ripresa. Da dove nasca questo ottimismo è difficile dirlo: forse gli annunci di riduzione della pressione fiscale, pro­babilmente anche gli 80 euro di Renzi, per poco che siano, qualcosa hanno rappre­sentato. Naturalmente non bisogna pensare che siamo tornati alle vacche grasse, che forse questo Paese non ha mai avuto ma che così gli venivano rappresentate. I nostri anziani ancora soffrono e il ceto medio è tutt’altro che tornato ai livelli pre-crisi. Però da qualche parte occorre ricominciare. La ripresa dei consumi sotto Natale diventa dunque un ottimo segnale, un incoraggia­mento che dalla base dovrebbe salire fino nei Palazzi, là dove si decidono le strategie future. Quasi a voler ricordare che molti di quei Paesi che riteniamo ora esempi di ripresa, dopo essere finiti in default, ne sono usciti investendo anche le risorse che non avevano, aumentando l’indebitamento per rimettere moto la macchina. Perché limi­tarsi a congelarlo, a ibernarlo, non avrebbe guarito il paziente. E anche le macchine con la prolungata immobilità poi difficilmente ripartono quando si ritiene che sia giunto il momento. Dunque, meglio pensare che sia tempo di sorridere, di sperare, anche in faccia agli incubi globali: anzi, forse proprio per questo è il momento giusto.

 

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