Il Borghese

Le vittime ci insegnano il coraggio

Da Parigi, assieme all’orrore, sono giunti anche messaggi che dovrebbero spingerci a riflet­tere. Penso a quel padre di un bambino di 17 mesi che quel maledetto venerdì ha perso sua moglie e ora scrive, rivolto ai terroristi, «non avrete il mio odio. Non vincerete». E altri invitano a non tremare, a riprendersi i propri spazi. Non per nulla in Rete ieri giravano foto e video dei parigini che tornavano nei loro amati bistrot. È l’invito a non avere paura. Dai feriti, da una città martirizzata arriva la forza al mondo intero di dire «No, non tremate ma lottate». E non si pensi che siano le grandi tragedie, le stragi, le carneficine a costruire quel senso di solidarietà che poi dà coraggio. Il coraggio sta nelle fibre di ogni essere umano che sa scac­ciare la paura, dopo averla affrontata. Ce lo insegna anche Virgilio Donadonibus, 80 anni, operaio in pensione, con quella sua bella faccia seria che ricorda un Robert Mitchum d’antan. Ha la testa fasciata e segni in faccia perché i ladri che aveva sorpreso gli hanno tirato con­tro un’asse di legno. Se l’è vista brutta, ma nel salotto di casa dice «Lo rifarei ancora, eccome se lo rifarei» e aggiunge, forse ridacchiando «ma mia moglie non vuole…». Lui ha sentito che stavano rubando nella casa dei vicini, ha preso un bastone e non ha esitato ad affrontare i delinquenti. Lui è un eroe, certo. Ma è anche una vittima, perché alla fine ha avuto la peggio. E così, dalle grandi tragedie alla cosiddetta microcrimina­lità – che tanto «micro» non è, almeno per chi non sta nei palazzi di giustizia o del potere, visto che spara, accoltella, picchia, ammazza – arriva una sola gran­de lezione: sono le vittime a dirci di non avere paura. Perché la paura paralizza, muta comportamenti e abitudini, influi­sce persino sulla fisiologia umana, sullo stato di salute. Chi porta il terrore nelle città, chi sparge il sangue per pochi soldi tutto questo lo sa. La facilità nel colpire, la sostanziale impunibilità di molti, quel farsi beffe di apparati di sicurezza o di leggi inadeguate… Se si consegna la propria esistenza alla paura, i delin­quenti hanno già vinto: possono dire di essere riusciti a cambiarci, a indebolirci. Questo non significa, nel caso della mi­crocriminalità, trasformarsi tutti nel Giustiziere della notte: alle volte basta il coraggio di comporre un numero di te­lefono e chiamare il 112 o il 113, di non voltarsi dall’altra parte; o di cacciare un urlo dalla finestra per far capire ai ma­lintenzionati che non sono liberi di agire; magari anche di testimoniare in un’aula di tribunale, per quanto alle volte sia la stessa giustizia a far scemare questo desiderio. Sono coloro che sono stati colpiti a darci questi ammonimenti. E noi gli crediamo, noi siamo con loro. Per solidarietà, per empatia. Mentre, mi­steriosamente ma forse neppure tanto, non riusciamo a essere ugualmente con­vinti se i medesimi inviti arrivano dalla politica, da chi questo Paese lo deve amministrare, da chi dovrebbe garantire la nostra sicurezza. 
Twitter@AMonticone

 

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