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Cronaca

Omicidi, lupare, ville e ristoranti. La’ndrangheta controlla Torino

Un boss bruciato nella sua auto in Val di Susa, tre uomini uccisi a Volpiano e il cui cadavere non è mai stato trovato, un altro giustiziato a Rivalta. Una vera e propria faida tra famiglie della ‘ndran­gheta, nata negli anni ’90 e che ha visto la sua conclusione solo nei giorni scorsi, con un’opera­zione congiunta dei carabinieri del comando pro­vinciale di Torino e della Dia piemontese che ha portato all’arresto di numerosi esponenti di spic­co della famiglia Marando e al sequestro di beni per un valore superiore ai 20 milioni di euro.UNA FAIDA INIZIATA NEL 1996L’inizio di tutto è datato 3 maggio 1996. In quel giorno Francesco Marando, il boss che gestiva con il fratello Pasquale tutto il traffico di droga tra il Sudamerica e Torino, viene ucciso con alcuni colpi di pistola e poi bruciato. Il suo corpo viene trovato a Chianocco, in Val di Susa. I fratelli di Marando individuano i mandanti in Antonio e Antonino Stefanelli, suocero e cognato di France­sco, nonché esponenti della famiglia che “gesti­sce” i propri affari in Liguria. E la vendetta non si fa attendere: l’1 giugno 1997 i due Stefanelli si presentano a Volpiano con due guardaspalle, Franco Mancuso e Roberto Romeo, per un incon­tro nella villa dei Marando. In teoria sarebbe l’occasione per risolvere la vicenda ma in realtà è una trappola. I primi tre vengono uccisi sul po­sto, Romeo riesce a scap­pare ma pochi mesi do­po il suo cadavere sarà ritrovato nei pressi della Fiat di Rivalta. Del cor­po degli Stefanelli e di Mancuso, invece, non si saprà mai più nulla.BUNKER, VILLE E RISTORANTIDa qui e dalla latitanza di un altro Marando, Pa­squalino, prendono il via le indagini di carabinieri e Dia. Indagini diffi­cili, in cui le intercettazioni svolgono un ruolo fondamentale. Già nel 1998 finiscono in carcere Domenico Marando e Giuseppe Leuzzi, l’interme­diario che organizzò l’incontro di Volpiano. Ades­so, a 13 anni di distanza, la procura di Torino ha potuto emettere altre cinque ordinanze di custo­dia cautelare nei confronti di Gaetano Napoli, Rosario Marando, Giuseppe Perre, Santo Aligi e Natale Trimboli (l’unico ancora latitante), tutti accusati di aver partecipato a quel triplice omici­dio. Gli investigatori però ritengono che altri responsabili siano ancora da individuare. Ma per la famiglia Marando i guai non sono finiti. Infatti dalle indagini è anche emerso che la prigio­ne in questi anni non ha impedito a Domenico Marando, rinchiuso a Rebibbia, di continuare ad amministrare gli affari della famiglia. Ad aiutarlo era Maria Tassone, 45 anni, insegnante proprio in carcere. Era a lei che Marando affidava le istruzio­ni da portare all’esterno e non solo. Infatti la donna, insieme al fratello Francesco, 47 anni, e al marito Francesco Filardo, 47 anni, si occupava anche di riciclare il fiume di denaro che la cosca accumulava con il narcotraffico. E cosa c’era di meglio che reinvestirlo in ville, terreni e ristoran­ti? Così, grazie all’appoggio del geometra milanese Cosimo Salerno, 49 anni, i Marando avevano messo in piedi un piccolo impero immobiliare da circa 20 milioni di euro, gestito tramite cinque società con sedi in varie zone d’Italia (di cui due nel torinese) le cui quote sono state sequestrate dalle forze dell’ordine. Tra i beni individuati ci sono terreni edificabili a Rivarossa, un bar di San Mauro, un grande garage sotterraneo a Roma, una tenuta con villa e piscina a Nettuno. Ma un’altra sorpresa attendeva gli investigatori in Calabria, dove sono state perquisite numerose abitazioni ­tra cui quella di Pasqualino Marando – e rinvenuti cinque bunker abilmente nascosti dietro pareti semovibili o sotto i pavimenti. Nascondigli attrez­zati di tutto punto (uno era un vero e proprio alloggio, dotato di ben quattro bagni) e, in alcuni casi, pronti ad accogliere personaggi ancora da identificare.«LA ‘NDRANGHETA È QUI DA 30 ANNI»«Questa operazione dimostra che le mafie, co­munque si chiamino, non sono un problema solo del sud Italia». A ribadirlo è stato il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli che ha anche ricordato come «in Piemonte la presenza della ‘ndrangheta è provata fin dal 1983, quando ordinò l’omicidio del magistrato Bruno Caccia». Ovvia­mente soddisfatto anche il colonnello Antonio De Vita, comandante provinciale dei carabinieri: «E’ stato un lavoro sinergico con i colleghi della Dia che dimostra quanto sia importante mettere insie­me le competenze delle varie forze dell’ordine».Claudio Neve

 

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