Il Borghese

Pro e contro

Pro e contro. Sembra il titolo di una trasmissione televisiva, magari con Carlo Conti, prima del Tg della sera. Invece purtroppo è la sintesi dei processi a fortissimo impatto mediatico in cui c’è un presunto colpevole, ma mancano le cosiddette prove certe. L’arma del delitto, i testimoni chiave, il ri­scontro obiettivo. Tutto basato su un sospetto magari fortissimo, ma che è sorretto soltanto da indizi. Lui passava di lì, il suo furgone passava e ripassava di lì, il Dna, come nel caso di Massimo Bossetti presunto assassino della povera Yara Gambirasio, è com­patibile ma “solo al 99 per cento”, come dire che in Italia ci sono almeno altre seimila persone libere che potrebbero essere state dotate degli stessi geni da madre natura. Il tutto condito con l’arresto filmato da un abile regista e l’annuncio su Twitter addirittura del ministro. Infine un’ammissione in aula fatta da un generale dei carabinieri, nello specifico il comandante dei Ros, che spiega come il video che mostra il viavai del furgone dell’imputato la sera stessa della scomparsa e forse dell’uccisione di Yara, sia frutto di un montaggio a uso dei media. Sarebbero logico chiedersi a chi giova, se non alla spettacolarizzazione, questo atteggiamento processuale dove il presunto colpevole è condannato a pre­scindere. Dalla stampa, dalla televisione, dal ritmo incalzante dei talk show che inzuppano il biscotto in queste storie per incollare al televisore milioni di persone. Manca solo il clone di Perry Mason, che per altro ha molti abili imitatori in aula che godono forse di altrettanta visibilità. Nel mezzo c’è un tipo, magari davvero colpevole. Ma per una volta almeno chie­diamoci: e se costui fosse innocente? E magari solo vittima di circostanze che lo hanno portato a essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una tesi non po­polare che tuttavia almeno in aula ce la si deve porre. Altrimenti a che servono i nostri tre gradi di giudizio quando c’è Bruno Vespa con il suo Porta a Porta santificato dal contratto con gli italiani di berlusconiana memoria? L’interrogativo non riguarda solo Bossetti. Riguarda tutti i casi in cui – come si dice nella narrativa noir – manca la pistola fumante. Non c’è nel caso Franzoni, né in quello di Paolo Stroppiana (qui manca addirittura il ca­davere) e non c’è neppure nella tristis­sima vicenda che è costata la vita all’av­vocato e consigliere comunale Alberto Musy. Sul banco degli imputati in appello da oggi siede Francesco Furchì, già con­dannato in primo grado all’ergastolo. An­che in questo caso abbiamo solo il pro e il contro. Perché manca l’arma del delitto e soprattutto perché si adombra da tempo la presenza di complici mai rintracciati. Tutto sembra ruotare attorno a una im­magine di un uomo con il casco da mo­tociclista e un impermeabile abbottonato con cura. Un uomo claudicante. Come Furchì? Bella domanda. Anzi, la doman­da chiave per questo dibattimento che deve fugare i dubbi di un processo che ha avuto ampia eco sui media e che ora deve trovare una prova certa. E non solo un rosario di indizi.

 

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