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Il Borghese

Anche la memoria può uccidere

Ci sono drammi che non finiscono mai. Anzi, che si avvolgono su loro stessi come le spire di un serpente malefico e velenoso. Il dramma di Cogne, con la morte orribile, inutile e cruenta del piccolo Samuele, massacrato non si sa con che cosa e perchè nel lettone dei genitori dove dormiva sereno, è uno di questi. Perché a otto anni dal massacro in quella villetta affondata nella neve la parola fine non è stata ancora scritta, e i fotogrammi del delitto continuano a passare e ripassare sotto la lente di magistrati, periti, psichiatri, avvocati e giornalisti. Solo il pubblico che alla “prima” del dibattimento faceva la coda come se la Corte d’Assise fosse l’Arena di Verona, ha smesso di premere ai cancelli.Forse perchè non c’è più Vespa con il suo salotto di Porta a Porta a scrutare la bella Annamaria Franzoni mentre racconta tra le lacrime la sua innocenza poi smentita dalle condanne, non c’è più Matrix, o Santoro. E anche i giornali hanno messo la prua verso gialli più freschi, come quello di Garlasco o di Perugia. La notizia, insomma, si è sgonfiata. La Franzoni è in galera e nell’immaginario collettivo la pratica sarebbe da archiviare se, pervicacemente, quella donna non urlasse la sua innocenza fino a rischiare altre condanne per calunnia visto che pronuncia anche nomi e cognomi dei possibili assassini del suo bambino. Una strategia, ci siamo detti in molti dopo aver letto fino a consumarli gli atti dei processi, l’ultimo dei quali (lo chiamano Cogne bis) si sta consumando a Torino proprio per far luce sulle accuse mosse ad alcuni valligiani vicini di casa. Ma, forse, di strategia non si tratta, se è vero quello che ha riferito ieri il consulente psichiatrico dell’accusa, gettando altra benzina sul fuoco mai spento di questa tragedia.Per il medico, la Franzoni non mente. O, meglio, è talmente convinta dalla “sua verità” che ormai potrebbe sfidare qualunque macchina della verità, oltre che la sua coscienza. Non che sia innocente, badate bene, sarebbe solo convinta di esserlo, dopo aver ripetuto a se stessa, per anni, che lei con quella morte orribile non c’entra e che quei fotogrammi di follia – la donna che apre la porta di casa, che si arma di un qualche oggetto metallico, che spegne con venti mazzate la vita del piccino – non le appartengono, anzi hanno il volto di un’altra persona che, di volta in volta è quello di una vicina, di un guardaparco, o di uno sconosciuto. Mentre quel volto, sempre secondo il medico psichiatra, è il suo, stravolto, irriconoscibile, ma pur sempre il suo. L’omicidio, come spiegano anche molti testi illustri di criminologia, pare sia stato archiviato in un cantuccio inaccessibile del suo cervello e poi cancellato, come se la presa di coscienza di quell’atto terribile avesse resettato (passatemi un termine ormai abusato nell’era dei computer) quei brandelli di memoria. Un dramma nel dramma poichè, sempre secondo i risultati degli esami psichiatrici, semmai la Franzoni ritrovasse quei fotogrammi e ne prendesse coscienza potrebbe arrivare a cercare di annientarsi, insomma togliersi la vita. Il serpente che avvolge la tragedia non smette di premere con le sue spire.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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