Il Borghese

La morte in bacheca

Qualche tempo fa sul profilo Facebook di una mia amica purtroppo deceduta erano com­parsi messaggi di auguri per il suo com­pleanno. Già perché il profilo era rimasto attivo, in quanto i familiari avevano ben altro cui pensare che non disattivare quel passatempo, dunque il “ca ­lendario” del social network informava tutti i contatti e gli amici dell’anniversario. E in quel gran casino c’erano anche quelli che postavano i loro messaggi dal tipo “cento di questi giorni”, “tanti auguri amica mia” manifestando in questo modo la totale igno­ranza della sua scomparsa. Questo perché sul Web non si muore mai, troppo complicato, per gli eredi, cancellare la nostra me­moria digitale tra social network, da­tabase e via dicendo. E questa volta è invece accaduto che la morte di una giovane madre sia stata raccontata at­timo per attimo, un vero e proprio diario dell’agonia sulla sua pagina Facebook. Prima il racconto di un malessere, di un viaggio in ambulanza in ospedale, nar­ratoo con stanchezza ma anche legge­rezza, così come, in quel mondo virtuale, molti espongono i fatti della propria vita. Poi arrivano gli auguri al papà, quando la giovane è tornata dal pronto soccorso, e successivamente colpisce la condivisio­ne di una immagine che dice “Madon­nina proteggi i miei bambini”. L’ultimo gesto. Poi il buio. E sotto quell’immagine, ieri, dopo aver appreso della tragedia, qualcuno ha lasciato un saluto, un ri­cordo, il proprio dolore, l’incredulità. La stessa dei parenti che ieri si ripetevano la domanda cui nessuno, per ora, sa ri­spondere: com’è possibile morire così all’improvviso, straziati dai dolori, quan­do in ospedale dicono che poteva essere una semplice indigestione? Il resto è il solito copione: l’inchiesta giudiziaria contro ignoti, l’ospedale che fornisce la propria versione dei fatti, i titoli dei giornali, le prime indiscrezioni sui siti on line. Mentre, in un angolo dello scon­finato mondo virtuale, in una bacheca di pixel resta congelata per sempre l’ultima parte della vita di Vittoriana: le ore di dolore, la sofferenza cui non si riesce a dare una spiegazione, poche ore disgra­ziate che restano piantate lì in mezzo alla pagina Facebook, pesanti come pietre, a far passare in secondo piano le istan­tanee di vita felice, di momenti trascorsi in famiglia, con gli amici, le vacanze, i piccoli e grandi episodi di una vita. Un epitaffio terribile, ma anche una espo­sizione di se stessi in quello che dovrebbe essere il momento più intimo di ognuno, quello della morte. Ossia quello in cui si è più soli che mai, sempre e comunque. Che si sia circondati dall’affetto dei pa­renti, che ci si ritrovi in una stanza d’ospedale. Ma evidentemente può es­serci di peggio: paralizzati in una vetrina virtuale e mondiale dove ognuno potrà continuare a leggere di questa agonia, quasi come se si fosse condannati a morire ogni giorno e ogni istante, per sempre, fino al cancellamento di qualche decina di megabyte in cui, assurdamente, può essere rinchiusa una esistenza. E anche la sua fine.

 

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