Il Borghese

Costretti a blindarsi

Telecamere con sensori che si attivano al pas­saggio delle persone; torri faro; filo spinato e cancelli d’acciaio. Cosa pensate che sia, una banca? O il cantiere della Torino-Lione? No, è “semplicemente” il canile Enpa di via Germagnano. Che non ha adottato tutte queste misure per evitare il furto di chi lo sa quale cucciolo di nobili natali, ma solo per evitare le continue incursioni dei vandali, a occhio e croce provenienti dal vicino campo nomadi. Sì, i volontari dell’Enpa per continuare a portare avanti la propria attività hanno dovuto blindarsi. A loro spese, peraltro: ventimila euro per tutte le misure di sicurezza, che non sono proprio una sciocchezza per dei semplici volontari. E per buona misura, non dimentichiamo che dalle parti di via Germagnano passa con una certa frequenza anche la pattuglia dell’esercito, oltre a quelle di polizia e carabinieri. In attesa che qualcuno a Palazzo Civico si renda conto che la situazione in via Germagnano è fuori controllo e certo non da oggi. Perché non sono solo i volontari Enpa a fare i conti con i “problemi di vicinato”. Pensate ai dipendenti dell’Amiat, a tutti quelli che si sono ritrovati bersaglio di sassaiole mentre percorrevano la strada per il lavoro. Vi pare normale tutto questo?
  Forse ai volontari dell’Enpa sarebbero servite ben altre risposte da parte della città e della sua amministrazione. Ma sulla gestione dell’emergenza nomadi, si sa, non esiste una ricetta a prova di bomba. Guardate per esempio la pioggia di denaro versata dal governo per or­ganizzare gli sgomberi dei campi nomadi come quello di lungo Stura Lazio: soldi alle famiglie come incentivi a tornare in patria, possibilmente per aprire una pro­pria microimpresa o inventarsi un posto di lavoro. Insomma, un miniassegno del­la durata di sei mesi. Passati i quali, cosa
 può essere capitato? Semplice, che molti dei nomadi sgomberati sono già in viag­gio per tornare qua. Il che farebbe pen­sare che questi individui si aspettino un replay degli aiuti, un sussidio sempi­terno. E paradossalmente adesso sono gli stessi rom che vogliono scendere in piaz­za a protestare per come sono stati uti­lizzati i soldi dell’emergenza nomadi, «sprecati» a loro dire. Difficile racca­pezzarsi, in questa situazione. Non si capisce se la colpa sia della mancanza di progettualità – e della tendenza a di­spensare fondi a pioggia, sperando che altri trovino i progetti o i piani adeguati – oppure dell’incapacità di gestione delle situazioni più complicate. Anche per il timore di andare contro la parola sacra, ossia «integrazione», quella sorta di alibi o di scatola magica per ogni politico di ogni colore. Dimenticando che non esiste vera integrazione fino a che non si trac­ciano regole e diritti uguali per tutti. Badate bene: anche le regole. Si tratta semplicemente di fondamenti per una civile convenienza. Ma se uno deve blin­dare la propria casa per timore dei “vi­cini”, ecco allora questo è il segno che c’è qualcosa che non va.
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