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Cronaca
IL REPORTAGE Arrivati i primi 40, in valle dubbi e timori. La Regione: «Servono bus straordinari»

A Villar Pellice profughi in albergo. «Ma non deve essere un altro Cie»

Fredrick continua a ripeterlo, sorridendo. «I love this place, Ita­lian people are good», «amo que­sto posto, gli italiani sono bravi». Ha fatto un disegno e lo ha appeso al muro, scrivendo «Dio benedica l’Italia». Imbraccia una chitarra, inizia a cantare strofe che sembra­no narrare la sua storia recente: è partito dalla Nigeria, ha attraver­sato l’Africa, è stato in Egitto e Libia, è sbarcato sulla nostra Pe­nisola da uno di quei barconi che si vedono sempre nei telegiorna­li. «Guarda» dice, sollevandosi i pantaloni fino al ginocchio, «in Libia mi hanno picchiato». E mo­stra bozzi e cicatrici. Va a sapere cosa c’è di vero e cosa di romanzato nella sua storia e in quella degli altri 29 africani ospiti nell’ex albergo di Villar Pellice. Del loro destino, ora, si occupa la Diaconia Valdese, mentre la Pre­fettura è chiamata a decidere in fretta se le domande di richiesta asilo possono essere accolte: se saranno rifugiati o clandestini. Così è anche per Ismaila, che vie­ne dal Ghana e alla domanda su che cosa voglia fare in Italia ri­sponde «goalkeeper», «portiere di calcio» e lo pronuncia tre o quattro volte per essere sicuro che si capisca, fra un «inshallah» e l’altro. Pure lui mostra una ferita sulla schiena, profonda. «È suc­cesso in Libia – racconta -. Mi hanno bastonato e preso tutto quello che avevo».
  «Le loro storie personali sono di­verse, c’è chi addirittura ha viag­giato per tre o quattro anni – spie­ga Massimo Gnone, il referente nazionale per l’area migranti del­la Diaconia Valdese -. Ma tutte hanno un identico passaggio, quello del periodo passato in Li­bia » . La scommessa è partita,
 quella di portare 60 immigrati africani in un paesino di 1.100 abitanti nel cuore di una piccola valle montana. A ieri sera erano già saliti a 40, tutti molto giovani, fra i 18 e i 25 anni, gli ultimi 20 arriveranno nelle prossime setti­mane. Stanno a La Crumière, un albergo costruito proprio sotto il centro del piccolo paesino, dove c’era il feltrificio. Ha chiuso subi­to ed è vuoto da dieci anni, prati­camente nuovo e in ottimo stato. Ora ci convivono Angola, Nige­ria, Ghana, Gambia, Niger, Mali, Costa d’Avorio e due parlate di­verse, anglofona e francofona.

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