Il Borghese

La pista che non c’è

Questa è la storia di un sogno mai realizzato. Il sogno di un grande centro sportivo, con campi da tennis, campi da calcetto e persino una piscina avveniristica con una cupola apribile in estate ma capace di conservare il dovuto calore in inverno. Un tempio dello sport e del benessere lungo le sponde dello Stura, proprio lì, tra il ponte Amedeo VIII e la grande concessionaria di auto. Verde e impianti nel cuore di un quartiere difficile che avrebbe avuto un’occasione in più per uscire dall’isolamento dal centro e accogliere nel suo seno giovani e non, atleti e dilettanti. Ma c’erano gli zingari e i proprietari dei terreni, che su quel progetto avevano speso tempo e denaro realizzando rendering, studi di fattibilità, analisi dei rischi da esondazione e quanto altro ancora, han­no dovuto mettere il faldone nel cassetto. Pagando l’Imu, naturalmente. Perché una cosa è fare spallucce quando si richiede uno sgombero doveroso alle Autorità, e un’altra è richiedere la ga­bella di legge. Era il 2008 quando co­minciò a scorrere la carta bollata, e si cominciava a veder nascere il progetto. Tutto inutile perché le caravane con­tinuavano ad arrivare e le baracche a crescere una accanto all’altra coloniz­zando le sponde fino a dar vita ad una favela che Monsignor Nosiglia definì da quarto mondo. Archiviato il sogno, ar­riviamo a martedì sera, al rogo che si accende all’improvviso forse per un gio­co di bimbi, che trova facile esca tra i legni e l’immondizia, che riempie il cielo di fine agosto con una colonna di fumo nero visibile da chilometri. Il segno, sem­mai ce ne fosse bisogno, di un’area totalmente fuori controllo, se è vero ­come pare – che zingari o disperati con­tinuano ad arrivare nonostante la mi­naccia delle ruspe. E qui, visto che un sogno tira l’altro, capita di scoprire che c’era un altro progetto di sport e di benessere per addolcire la vita di Torino nord. La costruzione di una lunga e attrezzata pista ciclabile capace di unire la Falchera con San Mauro proprio pas­sando lungo le sponde dello Stura. O se preferite sopra le macerie del campo rom. Una pista larga otto metri, co­steggiata da alberi e protetta da un muro alto a sufficienza per impedire nuove occupazione e scarico di rifiuti. Set­tecentomila euro di soldi europei stan­ziati dalla Regione e assegnati al Co­mune purché realizzasse l’opera entro il 31 dicembre, asfalto e contabilizzazionicomprese. Come è facile immaginare i vincoli burocratici, gli espropri a danno dei primi sognatori, il dissequestro ri­chiesto alla Procura della Repubblica, ma soprattutto il perdurare del campo, rischiano di mandare in fumo speranze e quattrini. Perché, se entro il 31 dicembre (sempre che non siano possibili miracoli o proroghe) non vi sarà il taglio del nastro, ai danni si unirà la beffa. O meglio l’ennesima figuraccia di un Paese che da Bruxelles sa soltanto subire, sen­za sfruttare le opportunità che vengono offerte su un piatto d’argento.

 

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