Il Borghese

Ci sono rimaste le giostre

pensare che sarebbero bastate solo le giostre per bambini, magari con qualche tocco di fantasia “politica”, per mantenere in vita Torino Espo­sizioni. E invece niente. Nessun progetto in questi anni di indifferenza e abbandono in un lento ma inesorabile degrado che ha trasformato la vetrina prestigiosa della Torino delle mostre, dei meeting, della moda, del dolce, della tecnica e della montagna, in un deserto. Peggio, finita la sbornia olimpica quando pareva che la struttura dovesse rifiorire a nuova vita, la politica ha dimenticato uno dei monumenti architettonici che il mondo ci invidia. Eppure in quelle volte di cemento armato che sembrano sostenute dal cielo c’era – e rimane – una modernità assoluta. E senza tempo. Una dimenticanza grave perché, mentre mo­stre e cultura traslocavano al Lingotto, i grandi saloni sono rimasti vuoti. E freddi, dunque inutili. Poi è arrivata la criminalità, quella spicciola che vive di razzie. Ed è stata la beffa peggiore. A fermare i predoni, d’altra parte, c’era solo un vecchio lucchetto. A vederla così Torino Esposizioni provoca una stretta al cuore a chi ci è andato ai tempi, da bambino, per ricevere i pacchi dono della Fiat, per scegliere un paio di sci. O per sognare davanti agli ultimi ritrovati della tecnica e strofinarsi gli occhi di fronte a montagne di dolciumi. E’ rimasto un parcheggio interrato (dove non parcheggia nes­suno) e da cui non è stata neppure cancellata la scritta dei World Master Game del 2013. E sono rimaste le giostre, da novembre a gen­naio. Oltre a un paio di discoteche, annegate nel nulla. Chiamiamolo menefreghismo? Magari di fronte agli altri problemi di Torino e allo sfacelo del Palazzo del Lavoro, questo monumento potrebbe apparire secondario, anche se sappiamo tutti che non è così. Riflettendo, è un generalizzato andazzo a dimenticare ciò che è stata questa città, che preoccupa di più. Un andazzo antico che non riguarda solo questa amministrazione, ma pesca nel nulla del passato. Ebbene, pubblicando ieri la mappa dell’abbandono che in qualche maniera avvolge in un triste abbraccio la nostra città, ci siamo resi conto di una diffusa disaffezione politica al pa­trimonio degli ultimi decenni del Novecento in cui Torino ha ricoperto un ruolo impor­tante quando già si intuiva che non si sa­rebbe potuto vivere di sola fabbrica, che occorreva rispolverare la storia, i monumen­ti e inseguire il business costruendo vetrine e attrazioni. Ma il buono che è stato costruito ce lo siamo lasciati soffiare da Milano. Ed è stato l’inizio della fine. Un quadro triste nel quale dobbiamo ammettere tutti che le oc­casioni per rispolverare questa struttura e renderla utile alla città ci sono state: prima le olimpiadi, poi Italia 150 e infine quell’Expo tutta milanese che ci ha dribblati alla gran­de. Ma non si è fatto. Ora in questo buio spuntano i progetti del Politecnico e dell’Università per Torino Esposizioni, c’è interesse per il Palazzo del Lavoro e forse anche per altre aree, specie quelle ex in­dustriali. Ma quando la penna è pronta a scorrere sui contratti ecco che la politica inciampa nella burocrazia. Un serpente morde l’altro, il tempo passa, gli investitori si spaventano. E resta solo quell’amaro in boc­ca che ha il sapore delle occasioni perdute.

 

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