Il Borghese

Dalla speranza alle fiamme

C‘è un profondo aspetto simbolico nell’i n­cendio che, mentre scriviamo, sta divo­rando buona parte del Palazzo del lavoro. Simbolico perché a Torino, come in quasi tutto il Paese, il lavoro è stato bruciato da tempo sulla pira della crisi, del crollo dell’industria ma­nifatturiera, e con esso sono andate in fumo speranze e aspettative, rendendo tutto più com­plicato. Anche ridare una identità a una città che sul legame con la sua fabbrica simbolo aveva edificato ben più della propria storia. Il Palazzo del lavoro era stato edificato nel centenario dell’Unità d’Italia, assieme a quello che pareva un bel sogno per proiettare Torino nel futuro. Invece, l’a v v e n i­ristica monorotaia non si è mai fatta e i suoi tronconi sono caduti nel laghetto in passato, mentre ciò che resta appare un monumento amaro. E il Palazzo del lavoro è stato a poco a poco svuotato della sua funzione, privato di una qualsiasi progettualità per restituirlo ad adeguata funzione. Non è un caso che, durante le celebrazioni di Italia 150, quel rudere – sì, è inutile cercare di chiamarlo in maniera diversa – sia stato coperto alla vista con un enorme tricolore. Il quale, passata la festa, era poi scolorito e ingrigito.
  Ora ci si stava preparando per dei lavori di ristrutturazione: le fiamme, ironia della sorte, hanno divorato pro­prio i materiali accatastati per quei lavori mai iniziati, paralizzati da bu­rocrazia e ricorsi assortiti al Tar, come sempre nelle italiche cose. E dire che nella sua storia decennale all’edificio progettato da Luigi Nervi erano state accostate diverse idee: fin dai tempi di Diego Novelli sindaco che avrebbe voluto trasferirvi il Museo Egizio, suc­cessivamente si sono susseguite mo­stre, fiere, momenti passeggeri, anche
 una edizione di ” Io lavoro”, para­dossalmente. Poi sono venute le idee di portarvi centri commerciali, uffici del­la Regione, persino si ventilava di includerlo in qualche maniera nel grande progetto della Città della Salute – anzi, uno dei tanti progetti. Ma a conti fatti, nessuno ha mai dato segno di avere una benché minima idea di cosa fare di questa ingombrante eredità di un’epoca in cui si aveva forse il torto di sperare nel futuro. Un relitto di un’a l­tra epoca, gettato in faccia – con il suo degrado – a chi arriva in città dall’a u­tostrada, ai torinesi stessi. Un ” parco giochi” per vandali, predoni del rame e parolai. E adesso spunta anche l’i p o­tesi, dannatamente concreta, del dolo, di un rogo appiccato con ben due focolai individuati dai pompieri. Sa­ranno le indagini a chiarire il senso di tutto questo. Mentre per la colpevole incuria, l’abbandono, la mancanza di progettualità – che non a caso colpisce anche altre eredità di ” momenti di svolta” della storia di questa città – non sembra possibile riuscire a individuare una spiegazione. Se non una certa vocazione masochistica.
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