Il Borghese

La colpa degli innocenti

È un messaggio biblico, di quelli che ancora ricordano al catechismo, il fatto che ognuno di noi nasca con il segno del peccato originale e che molto spesso le colpe dei padri ricadano sui figli. Le colpe dei padri oppure, in altri casi, quelle delle madri. Dunque, il grande dibattito che anima giu­stizialisti e garantisti, assistenti sociali e magistrati, preti e famiglie è quello della cosiddetta “coppia diabolica” di Milano, quella che ha risolto a colpi di acido in faccia le “divergenze” con gli ex di lei. Ma soprattutto si discute del figlio della coppia, un neonato che appena affacciatosi al mondo già rischia di subire la stessa pena della madre condannata. La giustizia ha deciso di dichiarare adot­tabile quel bimbo, pur concedendo – a quanto pare – alla madre di vederlo una volta al giorno. Ma al di là di tutto, al di là della battaglia legale dei nonni che ne chiedono l’affidamento – e potrebbe an­che essere un loro diritto, essendo con­sanguinei -, quello che affolla le cronache è lo strepito di chi propone sempre so­luzioni alternative: un sacerdote si offre di ospitare madre e bimbo nella sua co­munità – ma perché lei dovrebbe già uscire dal carcere? -, altri propongono l’acco­glienza in una struttura riservata alle detenuti con figli – e perché costringere un bimbo alla prigione da innocente? Si­tuazione peraltro non così inconsueta come appare? -, altri ancora paiono on­deggiare da una posizione all’altra. Ciò che dovremmo ricordare è che stiamo discutendo del destino di un bimbo in­nocente, non della madre che aveva ra­ziocinio da adulta quando ha architettato il piano assieme al suo compagno e com­plice, considerando che in ogni caso per lei parla la sentenza di un tribunale e forse è giusto che sia così fino all’ultimo grado di giudizio. Riflettori concentrati su madre e figlio, di riflesso sul padre e compagno. Ma della vittima vogliamo parlare? Signori, qui parliamo di un gio­vane cui l’acido ha morso la carne, l’ha divorata, gli ha tolto buona parte del viso, gli impedisce ancora adesso di parlare normalmente, forse anche di sorridere ­ammesso che uno ne abbia la forza -, la lunga terapia verso la normalità è terribile e lo obbliga a portare una maschera per mesi. Di tutto questo vogliamo parlare? Bene che ci sia pietà per il bambino, persino comprensibile che ci sia per la madre da parte di alcuni, ma della vittima della coppia vogliamo parlare? Qui non parliamo di due sbandati Bonnie&Clyde che hanno messo a segno furtarelli, bensì di un piano che mirava forse a uccidere, sicuramente a sfregiare, deturpare, di­struggere in ogni caso una vita umana. Per questo ora è paradossale che l’attenzione si sposti su una nuova vita generata, come se questo atto compensasse l’altro. È giu­sto che quel bambino non debba portare sulle spalle il fardello di una colpa tanto pesante, è giusto che abbia la possibilità di crescere senza un’ombra simile. Giu­stizialisti e colpevolisti non perdano mai di vista una cosa, quando discutono e dibattono: la sorte di innocenti e vittime. Il resto è tutto relativo.

 

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