Il Borghese

I fantasmi dell’emergenza

Se si va in un albergo chiedendo una stanza per quattro persone e viene risposto che i posti sono solo due, non è che raddoppiando la cifra che si è disposti a pagare i letti aumentano. Certo, un paragone un poco azzardato, ma evidentemente nelle varie prefetture d’Italia – dunque per estensione al Governo – si continua a pensare che possa essere così. Perché i profughi continuano a sbarcare in Italia e ad arrivare al nord, di conseguenza occorre trovare loro un posto, una sistemazione. I prefetti bandiscono nuovi bandi per l’accoglienza, stanziano fondi che arrivano a 11 milioni di euro, ma i nuovi posti non si materializzano più come per incanto. Perché alla fin fine le società che si sono divise i lotti dei bandi precedenti sono una mezza dozzina appena e non è che si mettano a costruire palazzi, dormitori o tendopoli. Caduto nel vuoto l’appello ai privati perché mettano a disposizione le case sfitte, ecco che il già non esemplare meccanismo dell’accoglienza si avvia a incepparsi. Cosa occorre prima che a Roma capiscano che serve una proget­tualità legata all’immigrazione? Una progettualità che deve includere poli­tiche di accoglienza e integrazione, rea­lizzazione di strutture perché gli allog­giamenti siano dignitosi e via discor­rendo. Invece, pensare che le emergenze si risolvano solo stanziando fondi – le cui coperture vanno poi trovate con le ben note acrobazie finanziarie e dialettiche di cui i nostri amministratori sono ca­paci – porta alla situazione che possiamo vedere nella nostra città: l’ex Moi è certo il caso più clamoroso, quello che si nota maggiormente, ma ci sono ancora le stanzette della ex sede dei vigili urbani di corso Chieri e i locali della cosiddetta “Casa bianca” di Borgo San Paolo: tutti luoghi dove sono confluiti profughi per cui non è stato possibile trovare una soluzione. E a un ipotetico censimento sfuggono ancora centinaia di migranti: a Torino ci sono delle sorte di fantasmi che da sette-otto anni vegetano nel limbo di uno status che, per qualche ragione, impedisce di raggiungere la vera meta agognata: ottenere lo status di rifugiato, al momento, in virtù del Trattato di Dublino, appare un vincolo che solo un altro accordo tra tutti i Paesi membri dell’Unione europea potrebbe sciogliere. Anche se questo significherebbe ragio­nare di accoglienza a livello europeo, appunto, il che non sembra andare molto incontro ai desiderata di Francia e Ger­mania, cui pare continuare a fare molto comodo lasciare la patata bollente a chi ha la ventura di affacciarsi sul Medi­terraneo, a pochi chilometri dalle coste africane. La questione alla fine appare semplice: quelli che non hanno un do­cumento valido non possono viaggiare attraverso l’Unione europea; la richiesta d’asilo in pratica blocca in una sorta di limbo che dura anche due anni; la con­cessione dello status di rifugiato vincola al Paese che l’ha concesso. Ce n’è quanto basta per rendere necessaria e urgente una nuova legislazione in materia. O no?
Tw i t t e  M o n t i c o n e

 

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