Il Borghese

Maledizione olimpica

Certo suona veramente triste che, proprio nell’anno in cui è Capitale europea dello sport, Torino perda il Museo dello Sport. La collezione di memorabilia, difatti, ha chiuso i battenti – e non solo simbolicamente – nella giornata di ieri. Il suo ideatore e gestore ha gettato la spugna: troppi debiti e affitti non pagati, pochi visitatori, una bella idea che non ce l’ha fatta a decollare. L’imprenditore- collezionista si lascia andare a una profonda amarezza quando dice «grazie Torino per aver distrutto il museo» . E stila un elenco di cose che, a suo dire, l’hanno penalizzato o almeno non l’hanno sostenuto. Dal Comune si replica che pur trattandosi dell’iniziativa di un privato, era stato fatto di tutto per sostenerlo. È quel suo essere un privato, in realtà, che l’ideatore del museo sot­tolinea: una condizione che gli avrebbe impedito di aver sostegno. Il che suona anche bizzarro considerando che in passato, pur in presenza di iniziative private, dal Comune non si sono tirati indietro. Proprio in ambito sportivo, non si può non ricordare il ” prezzo di favore” con cui sono state cedute le aree su cui la Juventus ha edificato il suo stadio e la sua cittadella commerciale con annesso museo. E anche il Toro, con l’Olimpico, pare aver goduto di un canone d’affitto tale che il Comune ha ritenuto opportuno adeguarlo non trop­po tempo fa. Ma l’intervento pubblico a sostegno del privato ci sta tutto, se la collettività può trarne un vantaggio. E d’altra parte, anche con altri enti, non mancano esempi di associazioni, fon­dazioni, strutture culturali e non che degli enti pubblici sono addirittura par­tner – il che non impedisce di raccattare altri investitori e finanziatori – e non è raro che il pubblico ripiani il deficit del privato. Si tratta di solito di situazioni che danno anche prestigio all’ente pub­blico, conferiscono una allure di nobiltà intellettuale. Certe volte, molto sem­plicemente, si tratta di abitudini dei ” salotti” cittadini che si trovano sempre negli stessi ambienti. In questo caso specifico, però, con due posizioni dia­metralmente opposte, non ci interessa sapere o capire chi abbia ragione, per­ché alla fin fine, anche se respinge le ” accuse” del fondatore del museo, pure l’assessore allo Sport esprime amarezza per la fine di una bella iniziativa. Cosa sarebbe servito per farla decollare? Mag­giore promozione turistica? L’inser i­mento nei circuiti turistici cittadini? Magari qualche citazione in più nelle guide? La posizione, d’altra parte, era strategica: nel cuore dello stadio delle Olimpiadi torinesi, quelle che hanno rappresentato lo spartiacque tra la vec­chia e la nuova Torino. Forse, allora, non è un caso che il tutto sia andato a scatafascio: c’è come una maledizione su tutto quello che è stato Torino 2006 e il suo carico simbolico. Una maledi­zione che ha ben poco di paranormale, certamente, e che si può aggiungere al già lungo elenco che va sotto la voce “occasioni perdute”» .
Tw i t t e  M o n t i c o n e

 

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