Il Borghese

C’è poco da festeggiare

Il consiglio comunale ieri notte ha approvato il bilancio preventivo con un’atmosfera da ultimo giorno di scuo­la, tra arancini, cannoli alla ricotta, cassatine e qual­che bottiglia di buon vino bianco. Per fortuna quella che qualcuno aveva ribattezzato “la lunga notte della Sala Rossa”, tanto che un consigliere per allentare un po’ la tensione si è presentato con un sacco a pelo piazzato in bella vista sui banchi, mentre un altro ha preferito una mise più elegante, con tanto di camicia bianca, smoking e papillon nero, non si è protratta fino all’alba, visto che il fatidico “sì” al documento di programmazione finan­ziaria è arrivato alle 2.23, altrimenti avremmo potuto assistere a chissà quanti altri siparietti.  Invece ci siamo limitati a vedere qualche sbadiglio, un po’ di sudoku che tiene allenata la mente e poi il buffet con tanto di brindisi. Gli unici che non hanno nessun motivo per brindare saranno i torinesi, visto che per far quadrare i conti la voce più corposa è quella che riguarda le entrate tributarie. In tutto circa 830 milioni di euro, centesimo più, centesimo meno, soprattutto grazie a Imu e Tasi. Tasse, insomma, che anche quest’anno hanno fatto registrare il solito aumento. E non dimentichiamoci le multe, che come sempre hanno dato il loro bel contributo, portando in dote 77 milioni di euro. La buona notizia, a cercare di guardare il bicchiere (non quello dei brindisi) mezzo pieno è che il debito è sceso sotto la soglia psicologica dei 3 miliardi di euro. Se si volesse guardare il bicchiere mezzo vuoto, però, si scoprirebbe che il “rosso” nel 2011 era di 3 miliardi e 200 milioni. Di questo passo, quindi, il debito sarà estinto quando i nostri pronipoti avran­no l’età per la pensione. Purtroppo sui conti di Palazzo Civico pesa ancora la famigerata eredità olimpica, quella mole di investimenti fatti una decina di anni fa per poter ospitare i Giochi invernali del 2006. Sfogliando le 174 pagine del bilancio di previsione, infatti, ecco spuntare i 1.412 milioni di investimenti del 2003, seguiti dai 1.430 del 2004, dai 959 del 2005 e i 1.027 dell’anno successivo. Cifre imponenti rispetto ai “miseri” 128 milioni di investimenti messi nero su bianco per il 2015, ma che alla fine dei conti avevano fatto salire alle stelle il “rosso” di Palazzo Civico, tanto che Torino aveva potuto fregiarsi del titolo di città più indebitata d’Italia. E l’eredità olim­pica più eclatante è rappresentata dalle pa­lazzine che avevano ospitato il villaggio a cinque cerchi per gli atleti, oggi occupate abusivamente da non si sa nemmeno quante centinaia di immigrati, mentre le vicine ar­cate dell’ex Moi affogano giorno dopo giorno nel degrado. Ben venga, quindi, questa stret­ta sugli investimenti, dettata anche dal patto di stabilità, sebbene alla fine si tradurrà in una diminuzione degli interventi di manu­tenzione ordinaria, una scelta quasi neces­saria per non tagliare i servizi (assistenza, scuola, trasporti e cultura) e non inasprire ulteriormente la pressione fiscale, già ai mas­simi livelli. Ci dobbiamo quindi preoccu­pare? Secondo Piero Fassino, no. La ripresa, dice, è «in vista, l’export sale, i consumi non si fermano da Natale». Sarà anche vero, tuttavia soltanto il 15,8% degli imprenditori si dice più ottimista rispetto a sei mesi fa, come hanno puntualizzato ieri dall’Api. E c’è di peggio: l’associazione delle piccole e me­die imprese torinesi prevede nel prossimo semestre un calo di produzione e fatturato. Insomma, non c’è proprio nulla da festeg­giare.

 

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