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Cronaca

Editoriale degli altri – Unità d’Italia? Rifondiamola sul lavoro

Ho letto sui giornali che agli eventi di Italia 150 Napolitano ha invitato pure Obama. L’iniziativa del presidente della Repubblica rende così altissima la soglia dell’attenzione, anche internazionale, sulle prossime Celebrazioni del 2011.Questione che a livello nazionale, fatte le debite eccezioni a partire da quella del Presidente della Camera, appare ancora un po’ troppo distrattamente affrontata, sino ad avere provocato alcune illustri dimissioni. Per la verità, se non a Roma, almeno a Torino – noblesse oblige – da tempo si lavora molto alla ricostruzione di una “Esperienza Italia” che sarà rappresentata in due sedi spettacolari come la Reggia di Venaria e le ex Officine Grandi Riparazioni ferroviarie.Del resto proprio a Torino si allestirono, in occasione delle Celebrazioni del Cinquantenario e il Centenario dell’Unità d’Italia, nel 1911 e nel 1961, quelle due Esposizioni Internazionali delle Industrie e del Lavoro che furono complessivamente visitate da più di dodici milioni di persone. Ma sono passati tanti anni, e la cultura del lavoro non sembra più essere il pensiero dominante delle recenti classi dirigenti: difatti, tra le mostre ufficialmente programmate solo una, intitolata “Artieri domani” e da me curata si configura come tentativo di rivitalizzazione di quella cultura, seppur limitatamente all’ argomento del nuovo artigianato. Un progetto che si basa sulla tradizione, e sull’innovazione prodotta da teorie e pratiche emerse nel primo decennio di questo secolo a livello mondiale.Le nuove prospettive di un lavoro “fatto ad arte” e auto diretto, visto come fenomeno di “avanguardia di massa” soprattutto giovanile, sono state illustrate prima in Europa dalle manifestazioni torinesi di Artigiano metropolitano del 2002, celebrative del Centenario dell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902, sempre da me curate; poi negli Stati Uniti con la pubblicazione dei saggi L’uomo artigiano di Richard Sennett (trad.it. Feltrinelli, 2008) e Il lavoro manuale come medicina dell’anima del “filosofo e meccanico” Matthew Crawford (trad.it. Mondadori, 2010). Ma attenzione: questa volta più che una cultura, si tratta di documentare una “controcultura” del lavoro.Pochissimi infatti da noi hanno a esempio saputo o voluto correttamente leggere Crawford, sul quale qui mi soffermo pensando a Obama, che come molti cultori delle arti applicate contesta i principi fondanti di un capitalismo “che separa con ferocia l’azione dal pensiero”.E che considera “alienato” un certo tipo di lavoro intellettuale, sino a convenire con Marx sul fatto che l’uomo sente di essere “liberamente attivo” solo “per ciò che concerne le sue funzioni animali”. Matthew Crawford è quindi un marxista, o iscrivibile in una new left? Manco per niente. La sua formazione come “meccanico” e la sua iniziazione ai “piaceri del metallo” si debbono a un certo Chas, un fanatico delle armi da fuoco, “il primo reazionario autentico che avessi conosciuto” ma spiritosissimo, la cui estrema perizia tecnica fa comprendere al giovane Crawford che esiste una “gerarchia tra gli esseri umani” che tuttavia non è un mondo nel quale si entra pagando: «Qui l’ingresso non si compra, ce lo si guadagna». Perché la comunità degli “artieri” è fatta di gente che concepisce la sua attività come un’occasione di progredire continuamente nella qualità.Perciò nello straordinario contenitore alle Ogr di Torino, che esige un contenuto “rispettoso” e coerente, si installeranno nuove “officine” di artieri italiani (compresi alcuni emigrati e oriundi che hanno difeso nel mondo un primato degli italiani nella cultura del progetto, come negli States Paolo Solerio i Lot-Ek o Giancarlo de Astis). Insomma, una “zona industriale temporaneamente autonoma” (e come tale compressa in uno spazio minore perché, si sa, diceva Zio Ez, oggi “usura… arrugginisce arte e artiere”).Di Enzo Biffi Gentili sul “Secolo d’Italia” del 30 maggio 2010, pag. 7

 

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