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Amianto, ogni anno 200 vittime in Piemonte

Ogni anno, in Italia, l’amianto uccide più di 3mila persone. La metà di questi decessi viene registrata tra Piemonte, Liguria e Lombardia. A Casale Monferrato, città simbolo della battaglia contro la fibra killer, si contano quasi cinque vittime al mese. Mentre in tutta la regione si ammalano ogni anno oltre 200 persone: è il triste e doloroso primato detenuto dal Piemonte.
Sono i numeri, terribili, di quella che da più parti viene definita la “strage silenziosa”. Sono i dati, impietosi, forniti poche settimane fa dall’Osservatorio nazionale amianto, l’Ona, in occasione della Giornata dedicata alle vittime dell’asbesto. Vittime il cui numero è destinato inesorabilmente ad aumentare. Il picco di decessi causati dall’amianto verrà infatti registrato attorno al 2020. E si continuerà a morire anche dopo, almeno fino al 2025. In Europa occidentale, tanto per fare un esempio, le proiezioni si attestano su 500mila morti nei primi 30 anni del 2000. E nel mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, muoiono ogni anno 107mila persone per cancro al polmone, mesotelioma o asbetosi dovuti a esposizione all’amianto, mentre sono oltre 125 milioni gli esposti ai rischi sui luoghi di lavoro.
Numerose ricerche avrebbero stabilito che tra qualche anno a perdere la vita saranno i bambini che negli anni Sessanta giocavano nella polvere bianca o frequentavano istituti scolastici assemblati con l’eternit, e con loro le donne e gli uomini che hanno lavorato nelle fabbriche italiane della multinazionale con sede in Svizzera. Uno scenario apocalittico descritto molto bene da Vittorio Demicheli, che in qualità di direttore regionale della sanità piemontese era stato chiamato a testimoniare qualche tempo fa nella maxi aula 1 del tribunale di Torino, davanti ai giudici della Corte d’assise, in occasione del processo sulle vittime della Eternit. «A Casale Monferrato – erano state le parole utilizzate in aula dall’esperto – si continuerà a morire di amianto per almeno altri quindici anni». Era il 2010 quando Demicheli venne interpellato dai giudici torinesi. Se si rileggono adesso le sue dichiarazioni, si intuisce che la “strage silenziosa” colpirà almeno fino al 2025, proprio come stabilito nel frattempo da altri studiosi e da numerose analisi di settore. «A Casale – aveva quindi spiegato Demicheli – si può tranquillamente parlare di epidemia da tumori di amianto. La definizione di epidemia, infatti, vale quando si verifica un’incidenza superiore all’attesa, e questo è decisamente il caso. Perché mentre nel resto del mondo dove si usava amianto ci sono determinati livelli di incidenza, a Casale questi livelli sono decisamente anomali. E l’aspetto particolare è che il livello di contaminazione è alto tra i residenti, non solo tra gli ex lavoratori. Questo in altre realtà non accade, mentre a Casale i veri colpiti sono proprio i cittadini». «I tumori da amianto – aveva quindi sottolineato Demicheli – sono legati a una bassa esposizione e hanno pertanto una lunghissima latenza. Sono tumori che possono impiegare decenni a svilupparsi. Stimo, quindi, che ci si ammalerà almeno per altri 15 anni da oggi, ma potrebbero essere di più. E questo accade per la presenza ambientale delle fibre. Su 250 casi di tumore legato all’amianto, ogni anno 50 si verificano nel casalese». E per finire, il direttore regionale della sanità piemontese aveva spiegato che «il problema è dovuto alla presenza di fibre nel territorio, una presenza che non è stato possibile eliminare del tutto».
A tal proposito, va detto infatti che sull’intero territorio nazionale sono ancora presenti oltre 34 milioni di tonnellate di amianto compatto (circa 5 quintali per ogni cittadino) e altri 3 milioni di amianto friabile. Le stime di Legambiente parlano poi di oltre 34mila siti ancora da bonificare. «Il rischio – si legge in un comunicato diffuso poco tempo fa dall’associazione ambientalista – aumenta in determinati territori a causa della presenza di siti industriali dismessi o di cave di minerali che contengono l’amianto, alcune delle quali ancora in funzione». E poi il rischio aumenta anche e soprattutto «per coloro che sono esposti per contatto: si pensi ad alcune categorie di lavoratori e ai bambini che frequentano scuole con presenza di manufatti in amianto». In Piemonte sono 79mila le coperture georeferenziate di edifici potenzialmente contenenti amianto, mentre sul fronte dell’asbesto di origine naturale sono 13 i siti individuati sul territorio.
g.fal.

 

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