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Il quartiere svegliato dalle urla strazianti della donna

Le grida strazianti di una donna squarciano il silenzio di San Salvario. Sono le otto di mattina, il quartiere si sveglia bruscamente dopo l’ultima notte di movida. In tanti sentono quelle urla, molti si affacciano alle finestre, «ma in strada non c’era niente di strano» racconta Alessio, 29 anni, un dj che abita nel palazzo di fronte,  e «da queste parti – aggiunge Sandra, 45 anni, impiegata, che vive in un alloggio qualche portone più in là – sentire qualcuno che urla non è così strano». Le finestre, allora, si richiudono. Qualcuno va a lavorare, altri si rimettono a dormire. Alexandru, invece, resta lì, con un coltello insanguinato in mano, accanto al cadavere della madre, la donna che urlava. Sul tavolo una Bibbia, pare aperta in una pagina del libro dell’Apocalisse. Il figlio la veglia per due ore e mezza, fino a quando il fratello torna a casa, scopre cosa è successo e corre in strada per chiedere aiuto. «L’ho visto fermare una pattuglia dei carabinieri afferrandone uno per il braccio – ricostruisce Nicola Di Molfetta, 43 anni, titolare dello “Spaccio Alimentare”, il ristorante di fronte al 19 di via Belfiore, che le urla non le ha sentite, ma ha assistito all’arresto del killer – Era pallido, sconvolto, indicava la casa. Poi sono arrivati altri carabinieri, sono corsi su, io mi sono avvicinato all’androne, ho sentito scarrellare una pistola. “Metti giù il coltello – gridavano – mettilo giù”. E poco dopo sono usciti con un ragazzo a torso nudo. “Me l’ha detto Dio”, diceva lui. Poi l’hanno caricato in auto e sono andati via». Il ragazzo caricato in auto era Alexandru. Alex, per quegli amici che nel primo pomeriggio arrivano in via Belfiore per cercare Sergiu, detto Nelluzzu, il fratello, per stargli vicino in questo momento terribile. «Alex era un bravissimo ragazzo – spiega Daniel (lo chiameremo così), uno di loro – sempre allegro, disponibile. Amava lo sci, praticava tanti sport, e aveva una passione sfrenata per la moto. Ci siamo frequentati fino a un anno e mezzo fa – prosegue – quando è stato mandato via dai testimoni di Geova». Anche Daniel è un testimone di Geova, e il rapporto con l’amico si è interrotto con l’uscita del giovane che ieri ha ucciso la madre dal gruppo religioso. «È stato mandato via quando ha cominciato a comportarsi male – ricorda -, soprattutto dopo che gli hanno rubato la moto, una Ducati. È quello il momento in cui sono cominciati i suoi problemi. Diceva cose strane, di voler andare ad aprire i garage per cercarla». Daniel conosceva anche Maria. «Una donna splendida, gentile con tutti, molto impegnata nella congregazione dei testimoni di Geova della zona di piazza Bengasi. Non riesco a spiegarmi cosa sia potuto succedere – prosegue Daniel – non riesco a capire perché». L’unica cosa certa è che ad un certo punto Alex era cambiato. «Era un bravissimo saldatore, aveva un lavoro sicuro nella ditta per cui continua a lavorare il padre, ma ad un certo punto ha combinato qualcosa, ed è stato mandato via anche di lì». «Maria ne parlava – spiega un altro testimone di Geova – come una madre può parlare di un figlio che la preoccupa, ma non ci aveva mai detto di problemi con la droga e non aveva mai raccontato di essere stata aggredita da Alex». Alex che, nel condominio, nessuno conosceva davvero. «Erano una famiglia per bene – spiega una vicina di casa -, mai sentita una lite. Il ragazzo lo incontravo in ascensore. Buon giorno e buona sera, niente di più. E non ho mai avuto l’impressione che avesse problemi».
Stefano Tamagnone

 

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