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I misteri di Cogne: l’arma mai trovata e la caccia al killer

Questa è una storia che comincia con un “bubu” che non si trasforma nella risata di un “settete!”, con il racconto di una mamma che dice di essersi avvicinata al lettone in cui si trovava il figlioletto, totalmente coperto dal piumone, di aver pensato che volesse giocare e farle uno scherzo, il “bubu settete!” appunto. La mamma dice di aver sollevato il piumone, ma suo figlio non rideva, suo figlio stava agonizzando nel suo stesso sangue. Era il 30 gennaio 2002, a Cogne c’era un timido sole e faceva freddo. La neve copriva i sedili delle altalene dietro la villetta dei Lorenzi. In quella mattinata, Samuele di tre anni moriva con la testa spaccata.
La quiete di Cogne viene rotta dal rumore delle pale dell’elicottero del 118 che atterra vicino alla villetta. All’interno ci sono, con Annamaria Franzoni, una vicina di casa e la dottoressa Ada Satragni, il medico del paese: è lei a dire al collega del 118 «Può essere stato un aneurisma, gli è scoppiata la testa». In frazione Montroz arrivano i carabinieri. Un maresciallo dice ai suoi uomini «Forse è un delitto famigliare». Dice «Stategli vicini» indicando Stefano Lorenzi, appena rientrato di corsa dal lavoro, che alla notizia della morte del figlio si getta a terra disperato. Annamaria lo abbraccia, gli dice «Ne facciamo un altro? Facciamo un altro figlio?», così racconterà poi un altro carabiniere.
Questa è la cronaca di quella mattina tragica come la raccontano alcune delle migliaia di pagine che compongono il faldone giudiziario. La Franzoni ha ucciso suo figlio? No, è stato un ladro, un mostro introdottosi in casa. L’Italia è già divisa. Guarda Annamaria e Stefano accompagnare in lacrime la piccola bara bianca al cimitero, ma si interroga sul perché di questo atroce delitto.
Il 14 marzo la Franzoni viene arrestata e portata in carcere a Torino. Ne viene liberata due settimane dopo, grazie all’avvocato Carlo Federico Grosso. Per il Tribunale del Riesame gli indizi contro Annamaria non sono sufficienti (non c’è l’arma del delitto, non si riesce neppure a capire che cosa sia), ma la decisione viene a sua volta annullata il 10 giugno dalla Cassazione. Nuovo collegio giudicante, che stavolta dichiara valido l’arresto, ma il Gip lascia la donna in libertà «per cessate esigenze cautelari». In carcere è stata visitata da esperti e psichiatri: per loro è sana di mente, e lo era certamente anche al momento del delitto. Ma davvero può fingere così bene, se è stata lei? Oppure è stata in grado di rimuovere dalla sua mente quel ricordo orribile? Deve ripetere costantemente i suoi movimenti di quella mattina, cercare di convincere gli inquirenti: Davide, il figlio maggiore, da portare alla fermata dello scuolabus, con Samuele che fa i capricci e resta a casa; la porta non chiusa a chiave, lei che ritorna dopo pochi minuti; vede Samuele coperto dal piumone, ma non si accorge del sangue che ha imbrattato anche le pareti della camera da letto? Per il pm Stefania Cugge e per il capo della Procura Anna Bonaudo, la Franzoni è colpevole e mente. Si dice che abbia ucciso Samuele in preda a un raptus, che fosse ossessionata dalla sua gracilità, dal fatto «che aveva la testa grossa».
Nel frattempo, l’avvocato Grosso se ne va. La famiglia Franzoni, infatti, ritiene che ci voglia una strategia difensiva più dura, più incisiva, e si rivolge a Carlo Taormina. La Franzoni si difende, ribadisce ovunque la sua innocenza, va in televisione, piange nelle trasmissioni di Maurizio Costanzo. Poi annuncia di essere incinta. Gioele nascerà nel 2003.
Per aggressiva che sia la sua strategia, Taormina non sceglie però di andare a dibattimento: chiede il rito abbreviato, davanti al gup di Aosta Eugenio Gramola. Non è una decisione felice: Annamaria viene condannata a trent’anni di reclusione. La prova decisiva è un pigiama insanguinato, un semplice pigiama di cotone di Annamaria: secondo la ricostruzione dei Ris, lo indossava l’assassino. Dunque, secondo il giudice, se il pigiama è di Annamaria, lei è l’assassina del proprio figlio.
Allora, occorre giocare la nuova carta, quella delle indagini difensive: viene presentato un esposto firmato dalla Franzoni e suo marito, sulla base delle prove raccolte dagli esperti e dai detective incaricati da Taormina. Secondo queste indagini, il colpevole è un altro: un certo Ulisse Guichardaz, il figlio dei vicini di casa, guardaparco e tipo solitario. Per il detective Gelsomino addirittura avrebbe «una doppia personalità». E sulla porta dello chalet di Cogne viene trovata un’impronta digitale: è quella dell’assassino, si dice. Invece, a riprova della follia che sta attorno a tutta questa vicenda, quell’impronta si rivelerà essere di uno dei periti incaricati da Taormina, che ha toccato per errore la porta. E Ulisse? Lui diventa la parte lesa nel procedimento “Cogne bis” che vede la Franzoni imputata anche per calunnia.
La famiglia, che ha lasciato Cogne ed è tornata nel Bolognese, però non demorde. A difesa di Annamaria nasce un comitato, che diffonde le foto di Samuele dicendo che «non è vero che aveva la testa grossa, era un bambino normale e bellissimo», non è vero che Annamaria l’ha ucciso per questo. Non c’è trasmissione televisiva che non si getti sul caso: celebre è il plastico di Bruno Vespa, o il film-ricostruzione girato da un’altra trasmissione in cui, con una giacca mimetica addosso, è addirittura Stefano Lorenzi a impersonare colui che ritengono l’assassino di suo figlio.
Il 16 novembre 2005 al tribunale di Torino si apre il processo d’appello. Il pg Vittorio Corsi chiede una nuova perizia psichiatrica che viene depositata nel mese di giugno. I periti, che hanno lavorato solo sulle carte e sulle registrazioni di alcune trasmissioni televisive perché Franzoni ha rifiutato di sottoporsi a un nuovo esame, concludono per un vizio parziale di mente e parlano di «stato crepuscolare orientato». Corsi, in un’udienza, invita Annamaria ad ammettere le proprie colpe, la definisce «una brava mamma che ha perso la testa». Le dice «Confessi, le vorremo bene lo stesso».
La battaglia si gioca sul filo degli indizi. Da anni ci si interroga sia sull’orario, sul breve lasso temporale in cui un ipotetico sconosciuto sarebbe potuto entrare nella casa e uccidere Samuele, e sull’arma: è un sabot (una calzatura tipica della zona) o un mestolo di rame? Nella ferita sulla testa di Samuele, infatti, ne sono stati rinvenuti dei microframmenti. In pieno processo, l’avvocato Taormina molla tutto, cliente e mandato, contro «una sentenza già scritta». Il destino vuole che l’avvocato d’ufficio disponibile in quel momento sia Paola Savio. Alla quale, entrata a partita in corso, per poco non riesce di segnare il gol che vale la Champions League. Giovane e preparata, mamma a sua volta, la Savio ribalta i dubbi dei giudici, porta a deporre Annamaria che, tra le lacrime, urla ancora una volta la sua innocenza. L’arringa finale della Savio dura due giorni, l’avvocato chiede «un gesto di coraggio» alla corte e ai giudici popolari. Annamaria viene sì condannata, ma la pena è di 16 anni, di cui tre coperti dall’indulto. Il 21 maggio 2008, poi, il verdetto della Cassazione: colpevole, pena confermata. Un’auto dei carabinieri preleva Annamaria a Ripoli Santa Cristina, a casa di un’amica, per portarla nel carcere della Dozza.
A Cogne resta solo la villetta, sempre affacciata sul paese, chiusa come il giorno in cui era stata sequestrata. All’interno ci sono ancora i segreti della fine di Samuele. Ci sono ancora i segni dei rilievi fatti da legioni di esperti (sono passati anche quelli dell’Fbi), persino quelle tracce che una perizia di parte aveva identificato come sangue e si rivelarono poi escrementi di gatto. E ogni tanto passa ancora qualche turista del macabro, che scatta una foto. Samuele, invece, non è più qui da tempo: la sua tomba è da qualche parte, non lontano dalla casa della mamma. Senza una foto, per evitare che qualcuno la rubi (di nuovo) dalla lapide. Senza quella risata mai uscita da sotto il piumone insanguinato.

Andrea Monticone

Twitter@Torinoir

 

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