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L’identikit del killer di Musy: “L’ho visto, non aveva la barba”

C’è un identikit dell’uomo che la mattina del 21 marzo di due anni fa tese un agguato al consigliere comunale dell’Udc Alberto Musy. Fu fornito da una giovane donna che si presentò spontaneamente in Questura, qualche giorno dopo l’aggressione di via Barbaroux, per riferire di aver incrociato lo sconosciuto con il casco nei pressi dell’abitazione del politico. Il misterioso personaggio, stando alla descrizione che la ragazza fece agli investigatori della Squadra Mobile di Torino, sarebbe «alto 1 metro e ottantacinque centimetri, neanche tanto robusto, privo di barba e baffi, con un’andatura ciondolante. Vestiva un impermeabile chiaro aperto sul petto, sulla testa aveva un casco con un’ampia visiera». E attraverso quell’ampia visiera, la testimone avrebbe osservato e memorizzato il viso che si celava sotto il casco. Un viso che, osservato oggi, non somiglia affatto a quello di Francesco Furchì, l’uomo accusato dell’agguato di via Barbaroux e finito nel frattempo sotto processo davanti alla Corte d’assise del capoluogo piemontese con l’accusa di omicidio premeditato.
L’identikit di “casco”, misteriosamente rimasto nel fascicolo del pubblico ministero e inserito solo ieri negli atti del processo su richiesta della difesa, è stato uno degli argomenti affrontati nell’udienza celebrata in aula 4 davanti alla Corte presieduta dal giudice Pietro Capello. La donna che due anni fa fornì la descrizione dell’aggressore di Alberto Musy è stata infatti ascoltata come testimone, e durante l’intervento in aula è tornata su quell’episodio. A distanza di poco più di due anni da quell’incontro ravvicinato con “casco”, la teste ha tuttavia mostrato qualche difficoltà nel ricordare tutti quei dettagli che all’epoca dei fatti aveva fornito con precisione agli investigatori della Mobile. Più di un dubbio, in effetti, è sorto durante la deposizione davanti ai giudici. La donna ha sottolineato di non ricordare più come una volta e di avere più di un dubbio riguardo all’identikit costruito nel marzo del 2012 con l’aiuto di un esperto disegnatore messo a disposizione dalla Questura. La certezza, osservando oggi attentamente il disegno nel frattempo acquisito dai giudici, è che non si tratti di Francesco Furchì. Nella primavera di due anni fa, quando l’allora consigliere comunale Musy rimase vittima dell’agguato sotto casa, l’imputato aveva barba e baffi. L’uomo del disegno, il personaggio con il casco incrociato dalla giovane donna in via Barbaroux, è invece privo di barba e baffi. E i lineamenti del volto, in generale, non ricordano affatto quelli del viso di Furchì.
Inutile sottolineare come questo identikit abbia segnato un punto a favore della difesa dell’imputato, rappresentata in aula dagli avvocati Mariarosaria Ferrara e Gaetano Pecorella. Dal canto loro, il pubblico ministero Roberto Furlan e l’avvocato di parte civile Gian Paolo Zancan manifestano seri dubbi sull’attendibilità della testimone.
g.fal.

 

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