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Cronaca

Il “Maigret di Cogne” non ha cambiato idea: «Ulisse è l’assassino»

La chiama «indagine emozionale». Giuseppe Gelsomino, lo stravagante investigatore privato in­gaggiato dall’avvocato Carlo Taormina con il compi­to di dare un nome e un volto all’assassino di Samuele Lorenzi, definisce così la bizzarra caccia all’uomo andata in scena a Cogne per oltre un anno, dal marzo del 2003 fino all’estate del 2004. Una bizzarra e spericolata ricerca del “vero mostro” che alla fine fece dire al detective milanese che ad ammazzare il piccolo Sammy era stato il guardapar­co del paese, uno strano personaggio chiamato Ulis­se Guichardaz. E l’investigatore privato, nel frattem­po, non ha cambiato idea. «Ho raccolto 69 elementi che mi portano a dire che è lui l’assassino», ha ribadito ieri mattina in aula, a Torino, dove è stato ascoltato in qualità di testimone della difesa di Annamaria Franzoni al processo “Cogne bis”. «Io non ho scoperto nulla – ha spiegato -, io ho solo interrogato Ulisse in maniera diversa. Ed è stato lo stesso Ulisse ad accusare Ulisse». «Ho sempre puntato su Ulisse, sin dal primo mo­mento – spiega il detective -. Ma l’avvocato Taormina aveva un’altra idea e sospettava della vicina di casa di Annamaria, Daniela Ferrod». È un fiume in piena, Giuseppe Gelsomino. Racconta, spiega, ricorda. Travolge di parole il presidente Roberto Arata, che in più di una occasione è costretto a interrompere il teste, a richiamarlo all’ordine: «Risponda alla do­manda, non mi dia lezioni su come si svolgono le indagini». Gelsomino ritorna sui primi momenti trascorsi a Cogne, sulle irregolarità riscontrate nelle deposizioni rese da Ulisse subito dopo il delitto, sulle stranezze dei suoi comportamenti. «Quando la mattina del delitto vide l’elicottero che atterrava nei pressi della casa dei Lorenzi – racconta l’investigato­re – il guardaparco avrebbe dovuto correre sin laggiù e dare un’occhiata, come avrebbe fatto qualsiasi persona normale. Invece fece finta di nulla e si recò tranquillamente al negozio del fratello». Non è fini­ta. «Ulisse trascorse fuori casa la notte prima del delitto, dopo mezzanotte spense il cellulare e fece persino un sopralluogo nei pressi della casa dei Lorenzi. Attorno all’1, infatti, Stefano sentì un tonfo fuori dall’abitazione. Il guardaparco accese il telefo­nino soltanto alle 8.33 del mattino seguente, a delit­to ormai avvenuto». E perché avrebbe ucciso? «Per­ché voleva rubare in casa dei Lorenzi, oppure per­ché aveva intenzione di violentare Annamaria. Aspettò che la donna uscisse di casa e poi si infilò nella sua camera da letto, dove ne avrebbe atteso il ritorno. Ma in quella camera c’era Samuele. Ulisse non si aspettava di trovare il bambino. Rimase sorpreso da quella presenza, allora si lanciò sul piccolo Sammy e lo colpì ripetutamente con un moschettone». Eccola l’arma del delitto: un mo­schettone al quale erano probabilmente agganciate anche alcune chiavi. Gelsomino racconta poi che tra lui e Taormina non ci fu sempre totale sintonia. «Concluse le indagini su Ulisse, io e Stefano Lorenzi pensavamo che occorresse consegnare ai pm di Aosta tutto il mate­riale in nostro possesso. Ma Taormina ce lo ha sempre impedito. E ancora oggi non sappiamo per­ché ». Lo stesso Taormina, poi, a un certo punto avrebbe esercitato pressioni sui suoi più stretti col­laboratori: «Ho appena ricevuto un fax dal governo ­avrebbe spiegato il legale nel luglio del 2004 -, ci chiedono di andare ad Aosta e fare il nome dell’as ­sassino». Aveva fretta, l’ex difensore della Franzoni. Voleva chiudere la caccia all’uomo e consegnare alla magistratura il nome del vero assassino del piccolo Samuele. Infine, una nota di colore: «Io non presi parte al sopralluogo nella villetta, ma quella notte Taormina mi telefonò e mi disse che sulla maniglia della porta il luminol aveva evidenziato un segno a forma di “s”. “S come Satana”, mi disse Taormina. Ma io non credevo alla pista del Satanismo».giovanni.falconieri@cronacaqui.it

 

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