Il Borghese

Un valzer di soldi e di potere

Sparliamo di pensioni e vitalizi. Meglio, parliamo della gestione di quell’allampanato individuo che si chia­ma Antonio Mastrapasqua, per lo più sconosciuto al popolo, ma ben noto al potentato oscuro che fa fare alla politica quello che vuole, e che fino a qualche giorno fa era presidente dell’Inps. O se preferite “anche” presidente dell’Inps, visto che nel suo carnet c’erano almeno altri nove incarichi tra cui Equitalia e Autostrade, anche se il suo record è di qualche anno fa quando la somma dei mandati ricevuti arrivava a quota venticinque. Vezzo di famiglia se sommate le presenze della di lui consorte Giovanna Basile, che risulta attiva in venti collegi sindacali: dalla Rai alle controllate Aci, fino alla municipalizzata romana Acea. 

 Una famiglia che non dormiva mai, tutta lavoro e potere che pare non avesse neppure il tempo per consumare un pasto frugale, crescenza e grissini, nella real casa dei Pa­rioli. Crollato sulla buccia di banana dei rimborsi all’ospedale israelitico di Roma ( di cui era direttore generale) Mastrapasqua ci ha lasciati. Ma prima di dedicarsi ad altri incarichi ha trovato il tempo per firmare l’ultimo bilancio di previsione dell’Inps. Che vira verso il profondo rosso, naturalmente. Perché, oltre alla perdita delle riserve, il do­cumento annuncia un altro dato dramma­tico: l’Inps chiuderà il 2014 con un disavanzo complessivo di 12 miliardi di euro. E non occorre essere laureati alla Bocconi per com­prendere che questo significa che le uscite supereranno di gran lunga le entrate. E non solo per l’anno in corso. Le ombre si proiet­tano infatti anche sui prossimi anni con per­dite altrettanto pesanti: 10,6 miliardi nel 2015 e 10,4 nel 2016. In parole povere, una catastrofe. Quanto basta per chiederci chi ce li ha messi lì, sulle poltrone milionarie, i tipi come Mastrapasqua, senza trovare – è ovvio ­nessuna risposta. Tutti e nessuno, viene da dire sapendo bene che di lui si ( s) parla da anni, che ci sono state inchieste giornali­stiche con tanto di fotografie e grafici il­lustrativi, paginate di giornale, fino ai ten­tativi – si dice – persino di Madame Fornero di metterlo alla porta. Con risultati risibili. Ci voleva lo scandalo dei rimborsi per mandare Mastrapasqua negli spogliatoi e per riaprire ancora una volta il capitolo dei boiardi di Stato. E dei loro super stipendi. Si va da 1,2 milioni di euro annui percepiti dal nostro Mastrapasqua, ai 620.000 euro di Attilio Be­fera, presidente di Equitalia e direttore dell’Agenzia delle Entrate. Gli apripista di un manipolo di nominati con stipendi che va­riano dal mezzo milione di euro in giù, tra cui spiccano Giovanni Pitruzzella, neo presiden­te Antitrust ( 475.000), Mario Canzio, ragio­neria generale dello Stato ( 516.000), Giu­seppe Vegas, presidente Consob ( 507.000). Alle loro spalle un migliaio di altri pesci grossi, tutti ben sopra i 350mila euro annui. L’ossatura di una burocrazia che governa la politica e che vive in una sorta di simbiosi tra consigli di amministrazione, presidenze, vi­ce presidenze, incarichi vari, consulenze d’oro. Decine e decine di migliaia di euro per un’alzata di mano, per un ossequio al pre­sidente che decide, comanda e – magari ­ricambia con un’altra poltroncina comoda e remunerativa. Un valzer straordinario di de­naro e di potere. Il tutto con un occhio alla data della pensione. O meglio del vitalizio. Già, perché ai boiardi è riservato pure il tesoretto finale. Troppo, ci pare, in un Paese dove un cittadino su tre non arriva a fine mese. E le imprese falliscono perché lo Stato non onora i debiti. La pazienza ha un limite, facciamola finita.
 
 

 

 

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