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«Ho ucciso mia zia, l’ho strangolata per non farla soffrire»

Ha ancora i polsi fasciati. Il ricordo di quel tentativo di suicidio non riuscito. Quando Gianfranco Varetto, Franco per gli amici di via Napione, disperato e anche incredulo d’aver avuto la forza di strozzare la vecchia zia con una cravatta, pentito, ha cercato di farla finita.L’uomo indossa il pigiama e siede sul suo letto in una stanza del repartino detenuti delle Molinette: «Non c’è stato un pensiero che mi ha spinto a uccidere – dice – , è stata un’azione, l’ho detto anche ai giudici del tribunale». Si porta le mani al volto e scuote la testa.«E’ triste, traumatizzato», commenta il suo legale, l’avvocato Novella Ferrini: «Io lo vado a trovare oltre che per dovere professionale anche per fornirgli, per quanto mi è possibile, un supporto psicologico, per mantenere un rapporto umano».Lui è seguito dai medici per quelle ferite che si è procurato e perché c’è anche il timore che possa tornare a infierire su di sè: «Io non lo volevo fare ma l’ho fatto», ripete. Come se qualcuno si fosse “impossessato” di lui. Tant’è che appena fermato dai carabinieri (era salito sull’ambulanza ferma nell’androne del palazzo) ripeteva: «E’ stato il diavolo».Ora Franco sta superando lo shock, si è reso conto di ciò che ha commesso e sta «metabolizzando l’accaduto». Lui non si dà pace d’aver ucciso la zia. Non aveva altri parenti, l’anziana madre era morta qualche anno fa: «Non ho avuto il coraggio di spiegare bene cosa sarebbe successo della casa. Ho trascorso settimane di paura e temevo di dover lasciare l’alloggio. Ma soffrivo non tanto per me ma per la mia povera zia. Non volevo per lei un’umiliazione simile. Ecco, forse tutto questo è esploso nella mia testa in un colpo solo e mi ha portato a uccidere». Come se la sua testa, in quel momento, fosse andata in tilt: si è mossa solo la mano omicida. Il classico raptus, secondo il difensore, «ma mi riservo di decidere il comportamento processuale solo dopo che le perizie saranno eseguite».Lui, intanto, trascorre le giornate guardando fuori da una finestra che dà sul cortile. Poi si sdraia e cerca di prendere sonno ma non ci riesce. Si siede e di nuovo, disperato e dice: «Non ho pensato mai di uccidere zia. Perché? Perché tutto questo a noi? Prima la casa, poi la tragedia». Nessun sentimento di odio e di vendetta nei confronti del proprietario dell’appartamento che lo aveva sfrattato: «Non voglio male a nessuno. Sono io che ho sbagliato tutto e poi la mia mano ha colpito». Si copre il volto e piange, si corica. Sarà l’ennesima notte insonne.bardesono@cronacaqui.it

 

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