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Cancro diagnosticato in ritardo, muore a 33 anni. L’Asl ora deve pagare 900mila euro

L’Asl To 4 è stata condannata a pagare 915mila euro alla famiglia di Paola B. mancata nel 2008 dopo aver combattuto contro un carcinoma mammario che non le è stato diagnosticato in tempo.
La donna, residente a Mazzè, all’inizio del 2005 aveva iniziato a sentire un nodulo sotto il seno ed aveva deciso di parlarne con il suo medico curante. Il dottore aveva prescritto una mammografia che era stata eseguita il 23 maggio. Nel referto veniva escluso il tumore e si consigliava alla paziente “salvo variazioni dell’obbiettività critica, un controllo ecografico ed un ulteriore controllo mammografico tra 12-18 mesi”. Quando la donna l’anno successivo si è ripresentata al controllo le è stato diagnosticato un tumore al seno, ormai avanzato e particolarmente aggressivo.
Paola ha lottato con tutta sé stessa ma alla fine non ce l’ha fatta. La sua famiglia non si è però rassegnata a quella morte prematura – la donna aveva solo 33 anni – e ha deciso di fare causa all’azienda sanitaria. Ora il giudice Stefania Trojio ha dato ragione ai parenti di Paola, obbligando l’Asl a un maxi risarcimento. «In questo caso – ribadisce la famiglia, attraverso l’avvocato Roberta Ponzetti – non si tratta di soldi, ma di una questione di principio, qui c’è in ballo la vita di una giovane donna, che avrebbe potuto salvarsi». Ne è sicuro il tribunale che ha giudicato attendibile la perizia presentata dal dottor Roberto Agresti, senologo dell’istituto tumori di Milano, che nella sua memoria ha spiegato come la mancata diagnosi abbia ridotto nettamente le chance di sopravvivenza della donna. Il tumore per quanto piccolo, avrebbe potuto essere evidenziato da un esame più approfondito.
L’azienda sanitaria locale ha deciso di fare ricorso in Appello contestando il peso attribuito dalla corte alla perizia del medico milanese. I legali dell’Asl, Alessandro Angelini e Teodosio Pafundi, rimarcano anche l’interpretazione troppo letterale del referto dove il radiologo intendeva un’ecografia nell’immediato ed una mammografia dopo circa un anno. Una linea che è stata respinta dal giudice che ha rimarcato come non sia «deontologicamente corretto che un medico scriva un referto di contenuto ambiguo e suscettibile di essere soggettivamente interpretato».
Nilima Agnese

 

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