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Il mistero di Erika, scomparsa a Torino nel ’93 dopo un omicidio

Sedici righe sulla Gazzetta Ufficiale riaprono ferite dolorose e un vecchio giallo. Le parole sono quelle asciutte di una richiesta di dichiarazione di morte presunta. Le domande le stesse di vent’anni fa. Che fine ha fatto Erika Pierno, inghiottita nel nulla il 26 luglio 1993? Si è costruita una vita altrove, ricominciando da capo a 21 anni come succede nei romanzi e nei film, ma quasi mai nella realtà? Oppure l’hanno fatta sparire? E se sì, perché? Interrogativi senza risposta. Ipotesi, supposizioni. E indagini che, nonostante l’impegno degli investiga­tori, non hanno scritto il finale in questo mistero orribile, ambientato nella Torino nera, tra spaccia­tori, uomini della mala, magnaccia, assassini e chissà cos’altro.

  Un parente di Erika, adesso, ha chiesto che la donna – il 4 maggio avreb­be compiuto 41 anni ­venga dichiarata morta dal tribunale. Una morte di carta, che lascia il do­lore immutato e la spe­ranza di rivederla accesa, ma sconfigge l’ottusità di una norma che, nono­stante siano passati 20 anni, impedisce la presa di possesso di un’eredità. Toccherà ad un giudice, adesso, decidere se accordare la richiesta. Con la consapevolezza che la certezza – a meno di nuovi sviluppi – non ci sarà mai.

  Le tracce di Erika Pierno si perdono una mattina d’estate, il 26 luglio 1993. E nello stesso giorno comincia la battaglia della madre, Pina Matafù. Sarà lei stessa ad indicare agli investigatori della Mobile alcune piste da seguire. Partendo dal mondo torbido in cui viveva la figlia: i problemi di Erika con la droga, le notti trascorse alla Pellerina per pagarsela, quel fidanzato partito per la Spagna, a disintossicar­si in comunità. Erika – si spera – potrebbe averlo raggiunto. Magari per disintossicarsi anche lei. Ma non è così. Senza sbocchi anche la pista di un commerciante di Roma di cui Erika aveva parlato con Pina. Un cliente, uno facoltoso, che pare le avesse regalato o promesso un paio di scarpe bellis­sime. Chiamato in via Grattoni, ha ammesso di aver frequentato Erika, ma negato di avere a che fare con la scomparsa. Versione credibile, secondo gli inve­stigatori, che arriveranno poi in via Vicenza, nell’ul­tima casa in cui Erika ha vissuto, ospite di un altro amico. Anche lui “estraneo ai fatti”. Qualche anno dopo, Pina trova in un cassetto un plico di fotografie che riportano sul retro un’indirizzo: via Duchessa Iolanda. La ragazza vi è ritratta in atteggiamenti particolari, svestita, trucco pesante, sguardo assen­te, le due pistole incrociate con una rosa rossa tatuate sulla spalla sinistra in primo piano. Sullo sfondo, un appartamento elegante con vetrate stile art nouveau, un talismano appeso al muro, una statua di porcellana bianca sul comò. Dettagli che si spera possano tornare utili per risalire all’autore degli scatti (in uno è ritratta con un machete in mano), qualcuno che possa aiutare gli investigatori a ricostruire un pezzo di questa vita difficile. Quell’al­loggio, però, non verrà mai trovato.

  Nessun riscontro neppu­re alle indicazioni che una medium ha fornito a Pina. E nessun riscontro per un’altra pista, la più inquietante. Erika, un giorno, finisce in ospeda­le in overdose. Con lei c’è un giovane, uno della “mala” da cui Erika fug­ge, scappando dal pronto soccorso, perché, dirà al­la mamma, si era invaghi­to di lei e l’aveva seque­strata. Quel giovane, nel­la primavera del 1993 verrà sospettato di aver ucciso un uomo in una rissa. E tra le persone sentite dalla Omicidi che indaga sul delitto, ci sarà anche Erika. Erika che scompare qualche giorno dopo l’inte rrogatorio. Fuggita per paura? Fatta sparire? La fine, purtroppo, non è nota.

Stefano Tamagnone –
  

 

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