Il Borghese

Una preghiera a Casale

La polvere bianca, che con il tempo ha assunto un’aura grigiastra come di un alabastro che ha perso la lucentezza, copre tutto. La scrivania di quella che un tempo è stata la sala riunioni dei dirigenti dell’Eternit è ancora al suo posto. Ma intorno c’è la devastazione di anni di abbandono. Schedari a terra, cumuli di faldoni, fogli sparsi che il vento, penetrato dalle finestre sfondate ha disperso ovunque lungo i corridoi e i cameroni. Basta chiudere gli occhi per immaginare la folla di impiegati e tecnici, le tute blu e i colletti bianchi, le loro voci, i rumori delle macchine. Ma è un attimo. Adesso il silenzio copre tutto in questa fabbrica dove tutto è morte e attorno alla quale si continua a morire. Fuori c’è il sole che sfiora giganteschi teli di plastica verde sotto i quali riposano le macerie velenose di quello che è stato il più grande stabilimento dell’Eternit in Europa. Calce e mattoni, ce­mento e fibra d’amianto sono lì, alla mercé delle intemperie da anni. E forse lì rimar­ranno in questa Casale Monferrato che sem­bra aver perso anche la voglia di combattere. Il processo che ha condannato il miliardario svizzero che ha amministrato l’Eternit negli ultimi anni ad una pena esemplare, forse avrebbe dovuto celebrare un’udienza in mez­zo a questo scempio di vita e di lavoro. Sol­tanto qui si può capire che l’amianto non ha solo ucciso sistematicamente chi aveva il compito di trasformare la polvere in fibra, ma ha condannato un’intera comunità. A Casale, dove per quei tristi giochi del destino o si lavorava l’amianto o si impastava il cemento, è stata uccisa la speranza di una vita normale, come se non fosse un diritto auspicare per se stessi lavoro, benessere, famiglia e nipoti. Qui si lavorava respirando già la morte. E la si continua a respirare perchè il mesotelioma, parola bandita nei bar e nelle piazze, con­tinua a fare proseliti tra fratelli minori, figli e addirittura nipoti dei martiri dell’Eternit. Co­sì che a vent’anni sono in tanti convivere con l’idea della malattia e della morte. Un pen­siero che è diventato normalità. Il massimo della normalità a cui si può agognare in questa piana dove il mostro è ancora vivo e le sue spoglie a malapena coperte da inutili teli. Basteranno i trenta milioni di euro a fare piazza pulita? E che ne farà il Comune di quei centomilamila metri quadrati che adesso sfo­ciano in un parco che ha sepolto la vecchia discarica? Un parco nel parco? Certo non sorgeranno palazzi residenziali e neppure case popolari. In ogni caso occorrerebbe fare una bonifica ben più profonda, scavando nell’anima della gente per estirpare non il male ma la desolazione e la paura. Qui, tosto o tardi tutti hanno portato una croce al ci­mitero e per certe cose non bastano neppure i soldi dei risarcimenti. Casale è il simbolo del sacrificio per il lavoro. Da quando si faceva la processione per pietire un posto da manovale ai signori dell’amianto, legando a quel lavoro il futuro oscuro della vita. Perchè qui sono caduti non solo i fanti del cantiere ma anche le mogli, i figli e i civili innocenti che avevano la malasorte di percorrere ogni giorno quello stradone. Di qui il dovere, per tutti, di non voltare il capo dall’altra parte. Andate a Ca­sale, guardate negli occhi questa tragedia. Ma non come i soliti turisti della domenica, bensì come cittadini coscienti di quanto il profitto fine a se stesso possa essere veleno.
 
 

 

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