Il Borghese

Qual è il prezzo giusto della vita?

Trentun milioni di euro al Comune di Casale Monferrato, venti milioni alla Regione Piemonte, cinque all’Asl di Alessandria, due al Comune di Rubiera (Reggio Emilia). E ancora: centomila euro ad ognuno dei sindacati, 70mila a testa a Wwf e Legambiente. Le parti civili al processo Eternit non escono a mani vuote. E il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, unico imputato rimasto a rispondere del reato di disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche per la strage dell’amianto, contumace da sempre, si becca 18 anni di carcere. Sulla carta è una vittoria pura della giustizia che si misura sul campo minato della difesa dell’uomo e dell’ambiente e, probabilmente, anche un monito per un’altra tristissima vicenda, quella dell’Ilva di Taranto.

Ma alle vittime di questa strage, agli operai che si sono consumati in anni di sofferenze per combattere il mesotelioma che li ha portati uno ad uno alla tomba, alle loro mogli e madri che si sono ammalate solo per aver lavato, giorno dopo giorno, le tute e gli abiti intrisi di quella polvere fina e maledetta, che cosa arriverà? Se va bene, in questa indigestione di milioni consumata sulla pelle altrui, solo briciole. A novecento e trentadue parti civili che in passato non hanno accettato le offerte dell’azienda sono andati 30mila euro a testa. Più o meno mille euro per ogni anno di lavoro in condizioni di precariato ottocentesco. E gli altri, quelli che si aspettavano un gesto dal barone De Cartier, morto a 92 anni poche settimane fa, dopo essere riuscito a farsi dichiarare nullatenente, non avranno diritto neppure all’elemosina. La morte estingue il reato e De Cartier esce dal processo. In quanto ad aggredire gli eredi, dicono gli stessi avvocati, il cammino sarà arduo. Se non impraticabile. Dunque, come spesso accade, la giustizia trionfa ma lascia l’amaro in bocca per quanto riguarda gli ultimi di questa lista, che pure sono i primi ad aver subito il danno. Danno irreparabile, pagato con malattia e morte.

Di questi poco sappiamo, e lo abbiamo già detto quando, facendo il paragone tra la tragedia della Thyssen e quella dell’Eternit abbiamo dovuto ammettere che sette vittime di un rogo infernale diventano sette eroi e migliaia di uomini e donne falciati dal cancro non rappresentano altro che numeri di una tristissima statistica. Dice bene il procuratore Raffaele Guariniello quando afferma che «questa sentenza è un inno alla vita e un sogno di giustizia che si avvera poichè la posta in palio è la tutela dell’uomo e della sua salute». Ma la realtà lascia filtrare la sensazione che non si sia fatto abbastanza per chi ci ha lasciato la pelle in quelle fabbriche. Certo esiste il problema del disastro ambientale, delle bonifiche da fare, degli adempimenti che gli enti locali, qui e altrove, dovranno mettere in atto. Ma tutto questo è sufficiente a chiudere il conto? L’interrogativo si scontra con un’altra visione delle cose, quella della difesa della Eternit che, pesando più la condanna penale che i risarcimenti, oggi definisce questa sentenza uno stimolo negativo per le imprese straniere ad investire in Italia. Dunque corriamo il rischio di aver scritto una pagina di raffinata giustizia ma di aver ricadute umane e materiali non del tutto soddisfacenti. Sappiamo, o almeno noi immaginiamo, che il dottor Schmidheiny non sconterà neppure un giorno di carcere, e che i risarcimenti resteranno l’unica vera pena da pagare. Tanto o poco che siano i cento milioni che risultano – euro più euro meno – dal conto stilato dalla Corte d’Appello. E forse qui, sui denari, si poteva essere più spietati. per le vittime e per l’ambiente devastato. Magari i signori dell’Eternit l’avevano già previsto nei loro bilanci umani, se non addirittura nel conto economico dell’azienda.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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