Il Borghese

Domande senza risposta

A scuola avevamo imparato che l’economia di una nazione si basa sulla ricchezza che è in grado di produrre. E ancora che l’economia è quell’insieme di attività, di lavoro, di scambi, di commercio e di impresa che consentono di creare benessere e occupazione. Oggi ci accorgiamo che invece la sopravvivenza o la recessione di una nazione dipendono anche dalle pagelline che i signori delle agenzie di rating compilano nelle loro segrete stanze, sentiti forse i potenti del mondo i quali giocano a scacchi con il nostro portafoglio. Detto che poi, alla bisogna, i signori che danno i voti alla nostra economia spesso neppure hanno  i dati sufficienti per predire le tempeste che si addensano all’orizzonte dei mercati, scopriamo che, nel giorno in cui l’Europa ci ha tolto dalla lista dei cattivi pagatori, accordandoci quel po’ di fiducia che potrebbe far intravvedere la luce in fondo al tunnel, ecco che Moody’s fa cadere la sua mannaia sui conti di quattro regioni, compresa la nostra.

Non stupiamoci quindi se la finanza e le sue alchimie hanno dinamiche che sfuggono alla comprensione dei semplici e creano i presupposti di crisi nella crisi. Insomma, siamo buoni o siamo cattivi? Ci salveremo oppure no? L’Italia potrebbe assomigliare a quel giaguaro di cui si è occupata certa politica, con macchie indelebili da smacchiare? Le domande cadono nel vuoto. Perchè è nel vuoto che si susseguono certe campagne di declassamento. Prendiamo il Piemonte: Moody’s nella sua noterella ufficiale ci dice che il nostro rating «riflette le deboli finanze della regione confermate dall’ampio squilibrio di bilancio e dal debole profilo di cash flow». Bene, e allora? Quanto ci resta da vivere, cari dottori? Una finanza incomprensibile ai cittadini è una finanza che blocca i piccoli e i grandi investimenti. Leggendo queste poche righe, chi investirebbe oggi in un bar, in una quota d’azienda o peggio in un nuovo stabilimento con centinaia di dipendenti? Che significa  che «il Piemonte resta esposto a rischi legali e finanziaria in seguito alla decisione dello scorso anno di cancellare cinque contratti swap su 1,86 miliardi di dollari di debito»? E che effetti ha questo sulla nostra vita di tutti i giorni? Possiamo ancora cambiare il televisore o concedersi una settimana in una pensione di Bordighera? Siamo, come diceva un assessore poi silurato, sull’orlo della bancarotta?

Troppe domande, ci rendiamo conto, tanto più che all’uomo della strada servono risposte semplici e comprensibili. Perché nel dubbio la strategia da adottare è sempre la stessa da che mondo è mondo: prepararsi al peggio che per un’economia malandata come la nostra significa stringere ancora di più i cordoni della borsa. E allora meno investimenti, meno mutui, meno danaro circolante sul mercato. In ultima analisi, meno ricchezza. Ma allora perché la politica non parla, non spiega, non rassicura? Sarà forse perché anche lei non capisce di cosa stiamo parlando?

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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