Il Borghese

La tragedia e la statistica

Thyssen contro Eternit. C’è buona parte della storia d’Europa in questi due marchi. La ba­ronia tedesca dell’acciaio da una parte, la sfida tutta positivista di un nuovo materiale che sopravvivesse al tempo, dall’altra. E in mezzo due tragedie così simili e così diverse dove anche la morte assume un differente valore. Una notte di dicembre fa da sfondo a un istante lungo come un secolo dove il fuoco cancella sette esistenze. I loro nomi ce li ricordiamo ancora, forse sappiamo persino dove eravamo e che cosa stavamo facendo in quel mo­mento. La fabbrica che uccide ci consegna sette persone in carne ed ossa che impariamo a conoscere, delle quali abbiamo raccontato le storie, le paure, i sogni. Martiri oppure eroi. In ogni caso sim­boli sacrificati sull’altare di un lavoro che uccide e del profitto ad ogni costo, a dispetto persino delle più elementari norme di sicurezza. Gli stessi princìpi che probabilmente ispiravano l’operato del barone De Cartier. Il lavoro ad ogni costo, e in qualunque condizione. Il lavoro che deve produrre ricchezza che si fa con la pala e il picco, meglio se risparmiando su tutto, mascherine di garza comprese. Una filosofia antica e feroce che nel secolo delle stragi hafatto strage. Una strage orribile perché lenta, silenziosa e inesorabile. Una stra­ge di operai e di massaie, mogli, madri e sorelle. Tutti insieme contagiati da ciò che non si vede, che non ha colore e che non ha odore. Da quella polvere fina con cui l’Europa del dopoguerra si è rialzata dalle macerie. L’acciaio della Thyssen e le onduline dell’Eternit, Da una parte sette martiri in carne e ossa, dall’altra una schiera indistinta di volti che non conosciamo, di storie di intere famiglie che non abbiamo raccontato, di nomi che non sappiamo pronun­ciare. La tragedia intima e personale di ognuno diventa così statistica. Perché sette morti bruciati sono una tragedia, mentre tremila e oltre sono un numero. Un numero tanto grande da sfuggire alla nostra comprensione e, dunque, alla nostra pietà. Sappiamo che è suc­cesso, sappiamo anche che la strage non si è interrotta e non si può spegnere come un rogo, e proprio per questo diventa una colpa collettiva. Oggi an­cora di più alla luce dell’ironia della sorte che si è portata via l’ultimo re­sponsabile di quelle morti, il barone belga senza volto, la strage dell’Eternit condanna vittime e reduci a non avere neppure il conforto della giustizia. Per­ché se in un’aula di tribunale i morti della Thyssen vengono giustamente de­finiti eroi, in un’altra cala il sipario sulla possibilità di ricevere un risar­cimento che è, anche solo simbolica­mente, una medaglia al valore del la­voro. Una negazione che dovrebbe fare urlare di vergogna le nostre coscienze e che invece aggiungerà silenzio al si­lenzio. Nessuna fiaccolata, nessun pre­mio, nessuna raccolta fondi. Come se le vittime fossero a loro volta colpevoli e non meritassero altro che l’oblio.

  

 

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