Il Borghese

Il contagio del razzismo

Detto che bisognerebbe capire la differenza che intercorre tra maleducazione, stupidità e intolleranza, atteggiamenti che spesso viag­giano tenendosi a braccetto, andiamo a registrare l’ennesimo episodio di razzismo su un campo di gioco. Niente calcio, questa volta, ma basket. Niente star che fanno impazzire gli stadi, ma ragazzini che si affrontano in un campionato addirittura under 13. Frasi pesanti e poi maglie strattonate e, forse, qualche spinta di troppo. Non ci sorprende, pur­troppo. Perchè quel ” negro stai zitto” e la con­seguente risposta violenta che sono costate ai due contendenti giorni di squalifica, sono la conseguenza di quello che sta accadendo nel mondo dei grandi. I cori allo stadio, addirittura gli striscioni, le contestazioni ad ogni pedata di Balotelli o di Boateng. Segno che lo sport divide ma non insegna. Che sta perdendo so­prattutto quello spirito di sana com­petizione che, pur senza scomodare il barone De Coubertin ( ricordate la ce­lebre frase ” l’importante è partecipa­re”?) attraverso la sfida dovrebbe rap­presentare una scuola di valori: dall’agonismo, al rispetto degli avversari e, perchè no, all’accettazione della scon­fitta. Senza pretendere troppo non si può immaginare un campo da gioco come un terreno di battaglia o peggio come uno stadio dove si affrontano i gladiatori. Ma quel che è peggio è la contaminazione evidente tra i compor­tamenti dei grandi e dei piccini che sempre più raramente hanno veri esem­pi a cui ispirarsi. Non a caso Kevin Prince Boateng chiamato all’Onu a rac­contare come si combatte il razzismo ha affermato che « il più grande errore che possiamo commettere è pensare che ignorare i razzisti sia una medicina: è un virus che si trasmette, una sorta di malaria per la quale non bastano gli antibiotici. Bisogna prosciugare le pa­ludi » . E lui che quel 3 gennaio a Busto Arsizio contro chi lo offendeva per il colore della pelle aveva scagliato il pallone in tribuna, interrompendo la partita, le paludi le intravede numerose, senza eccezioni di territorio, quasi che quel tifo che degenera fosse diventato un secondo, malefico sport. Che poi dietro ci sia razzismo vero e meditato o sem­plice aggregazione di imbecilli, poco cambia. Il problema è che l’emulazione ­torniamo sempre lì – è davvero come un virus infettivo che va combattuta e stron­cata. Come lo abbiamo già intuito: squa­lifiche in campo, espulsioni, multe alle società. Gli ultimi esempi, quello del Milan e quello della Roma accompa­gnati persino da microcampagne di mar­keting positivo dimostrano come il fe­nomeno sia percepito in chi vive a contatto con sportivi e tifoserie. Ma forse non basta: occorre tentare azioni edu­cative, e non solo nello sport. La scuola, questa sì, può aiutare ad uscire dalla palude. Perchè Boateng ha ragione quando afferma « non credete a chi dice che ignorare i razzisti servirà a risolvere il problema » . 

 beppe. 

 

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