Il Borghese

La maledizione dell’Eternit

Il barone belga Louis De Cartier è morto ieri a 92 anni. Un uomo potentissimo e ricchissimo, di cui si favoleggiano tesori e proprietà esclusive compresa un’isola nei mari del Sud. L’uomo dei misteri. Di lui, che abbiamo imparato a conoscere quando il suo nome è stato abbinato alla tragedia dell’Eternit e, soprattutto, alla strage dell’amianto e alle migliaia di croci che ha disseminato in Piemonte, non esiste una sola im­magine. Non ci sono fotografie, neppure in vecchi archivi, che ritraggano questo industriale d’altri tempi che è stato amministratore delegato e poi presidente della multinazionale Eternit, gestendo il suo enorme potere in una sorta di dorata clausura. 

Da lui mai una parola, una dichiarazione. Nulla di nulla, neppure dopo la condanna in primo grado a 16 anni di reclusione per disastro ambientale doloso, insieme al so­cio in affari, il miliardario svizzero Ste­phan Schmidheiny che gli sta al pari in quanto a tutela della propria privacy. Fan­tasmi o quasi che, in questa epoca in cui si condividono pure i sospiri, sono riusciti a beffare le regole del villaggio globale, e pure quelle della nostra giustizia. Le con­troparti di questo processo giunto alle bat­tute finali dell’appello (il pm Guariniello ha chiesto che la pena sia alzata a 20 anni) dunque sono avvolte in una nebbia dorata che sfida qualunque curiosità. Una com­ponente di quella che taluni chiamano “la maledizione dell’Eternit” anticipando for­se come sarà difficile ottenere anche un centesimo di risarcimento per le vittime, nonostante la richiesta da parte della ma­gistratura per risarcimenti e provvisionali di 98 milioni di euro. Una fortuna che non scalfirà di certo l’eredità dei beneficiari di De Cartier se è vero – come è stato detto ieri in aula – che «la morte dell’imputato estin­gue il processo …e dunque vengono meno tutte le disposizioni della sentenza di pri­mo grado, comprese quelle che si rife­riscono alle parti civili».

Se fosse vero, e probabilmente lo è, saremmo di fronte alla beffa estrema del destino in una vicenda che non sembra estinguersi mai visto l’ele­vato numero di persone che continuano ad ammalarsi per gli effetti malefici di quella polverina bianca e fina che poi si tra­sforma nei laminati e negli altri prodotti a base d’amianto. Un rosario sconsolato di sofferenze e di morte che non troverà, a meno di accordi extraterritoriali difficili e costosi, neppure il placebo del risarci­mento. Certo resta il miliardario svizzero a dominare la scena processuale. Ma anche lui è una figura lontana e apparentemente inavvicinabile. In realtà dietro l’amianto si celano interessi enormi che travalicano il nostro stivale e si ramificano nel mondo, in paesi dove per altro la produzione con­tinua e, presumibilmente, nessuno si è mai preso la briga di fare il conto del prezzo pagato in vite umane. Resta l’amarezza nel constatare ancora una volta la nostra de­bolezza a livello europeo e l’incapacità di attivare le misure necessarie a tutelare le vittime e i loro famigliari. Come se Svizzera e Belgio fossero immuni da certe respon­sabilità, nonostante un processo metta in evidenza una tragedia di enorme portata e ne individui i responsabili diretti.

  

 

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