Il Borghese

L’attentato alla vita

Carla è arrivata al pronto soccorso dell’ospedale barcollando, con le braccia strette al ventre. I pantaloni intrisi di sangue, il viso stravolto, i capelli scarmigliati. Ai medici ha detto, farfugliando, di essere caduta dalle scale e di essersi ferita chissà come. Ma poi, quando di fronte al dottore ha dovuto spogliare la maglietta e i pantaloni, è apparso subito evidente che non si trattava di una caduta banale, ma di ben altro. Carla era stata pestata con violenza e anche con perizia: lividi violacei al ventre e al pube, ecchimosi ovunque e poi una larga ferita alla gamba frutto, con ogni probabilità, di un fendente inferto con un coltello. Ancora qualche scusa, parole  smozzicate dal dolore a confermare la propria storia abborracciata e poi lo sfogo e la tragica confessione:

Carla è l’ennesima vittima della violenza brutale e cieca sulle donne. Peggio, su una donna che reca nel ventre una piccola creatura che sta crescendo, nonostante tutto. Nonostante le privazioni, la miseria, le botte e le umiliazioni. Un bimbo indesiderato, già cancellato nella mente torbida del padre. Insomma un bimbo che non deve nascere. Il rispetto della privacy della signora impedisce di andare oltre ma ci sarebbe anche, in questa storia infame, un risvolto intollerabile di razzismo. Così, sul lettino del pronto soccorso, mentre i sanitari si affannano a fasciare le ferite e a lenire il dolore, Carla racconta la sua storia. Che è simile, come una fotocopia infarcita di sangue, alle tante storie di violenze domestiche.

Un amore che traballa, un figlio in arrivo, le difficoltà di amalgamare culture diverse. E poi la richiesta, peggio, l’ordine di disfarsi di quella creatura. Il resto è il dipanarsi delle violenze per il rifiuto, le angherie quotidiane, i pestaggi. Fino a lunedì notte quando tutto degenera. Lei fugge. raggiunge a piedi l’ospedale e forse, grazie all’istinto materno che è più forte di qualunque sopruso, salva se stessa e la creatura che porta in grembo da quattro mesi. Ora è al sicuro. Come tante altre donne come lei che la sensibilità di medici e volontari riesce a strappare ai loro aguzzini. Un velo protettivo formidabile che non lascia trapelare nulla, neppure il numero delle tante Carla che, segretamente, anche nella nostra Torino, vivono le loro tragedie di donne e di madri. È in una casa sicura e lì resterà mentre altri, e intendiamo le forze dell’ordine e la magistratura, dovranno provvedere a disinnescare la violenza con l’arma della legge. Resta, tuttavia, l’incognita del futuro, la capacità della nostra società di offrirle una occupazione, oltre che una dimora e gli strumenti necessari per cancellare un passato infame. A Roma di parla di task force delle ministre per creare un cordone di solidarietà utile per le vittime dello stalking e peggio, delle violenze. Ed è già un passo avanti che tuttavia non deve essere legato alla semplice reazione di fronte a certi avvenimenti, ma trovare soluzioni di continuità nell’assistenza. Il futuro ci dirà quanto, quando e come. Intanto, Carla, vive serena con il suo piccino.   

beppe.fossati@cronacaqui.it 

 

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