Il Borghese

La rabbia di Re Giorgio

Un uomo spara all’impazzata contro le auto che passano. Prima dal balcone di casa, poi addirittura come un cecchino appostato sul marciapiede. Il miracolo è che di questi dodici colpi di Beretta nessuno sia andato a segno. La tragedia è che questo sia solo uno dei tanti atti di follia dettata dalla disperazione. Accade a Torino, in una via di periferia, via Terni, tra corso Grosseto e corso Vercelli, alle 15 o giù di lì. Ed è ancora il lavoro che manca, i soldi che sono finiti, spiccioli compresi, forse addirittura la fame, a spingere un operaio di cinquantasette anni a dichiarare così la sua guerra contro un mondo colpevole solo di non offrirgli aiuto. È in questo scenario che ieri, più o meno alla stessa ora, Giorgio Napolitano si infilava la giacca del suo completo scuro per tornare in Parlamento a dare vita al suo incarico bis. Un prologo, verrebbe da dire, ad una nuova Repubblica presidenziale se i tempi non fossero tali da rimandare al dopo qualunque considerazione di tale natura. Re Giorgio riportato sul trono da una politica allo sfascio, incapace, nell’evidenza di tutti, di sbrogliare qualunque matassa delle tante che ci angustiano, è un uomo anziano ma forte. Che si commuova ci sta, ma sarebbe assurdo soffermarsi su qualche attimo di debolezza, trascurando quello che, pur con il garbo istituzionale che non gli è mai mancato, ha riservato ai partiti e alle loro querelle. Partiti imbelli, incapaci di cogliere le vere esigenze del Paese che ormai è avvitato su se stesso. Esigenze delle famiglie e delle imprese che vivono schiacciate da un morbo che miete vittime ad ogni piè sospinto. E nei confronti del quale, che può essere curato solo da riforme e rinnovamento, «non si sono date soluzioni soddisfacenti». Spiega il capo dello Stato che «hanno finito per prevalere invece contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi».

Napolitano ha ben chiari, forse li ha addirittura con sé, annotati con la sua grafia minuta e precisa, i numeri di quante imprese chiudono ogni giorno, quante famiglie perdono la casa per l’impossibilità di pagare mutui e affitti, quanti milioni di nostri concittadini hanno perso il lavoro e vivano ai margini della disperazione. Per questo sale il tono della sua voce quando spiega che tutto ciò ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento». Sembra quasi che questo anziano signore che ammette, quasi a se stesso, che potrà restare in carica «finché sarà necessario e ne avrò le forze», rappresenti l’unico punto di realtà nello tsunami che ha colpito la nostra politica. Così anche a chi lo applaude Napolitano ricorda di non lasciarsi andare ad «alcuna auto indulgenza»: «Non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione – spiega – ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme». C’è da rimboccarsi le maniche in questo ospedale da campo allestito dopo le sferzate della crisi e l’incapacità della politica. Riforme del lavoro, abbassamento delle tasse, investimenti, politiche sulla casa. E poi riforma elettorale, tagli alla burocrazia e alla politica. Insomma tutto, più o meno, quello che i cittadini invocano da sempre, e oggi sanno essere impellente in un ritardo assolutamente ingiustificato. Re Giorgio nel suo mandato bis, da presidente con poteri naturalmente più ampi, saprà smuovere la montagna del menefreghismo e della sciatteria? Già domani dovrà dare la prima risposta, disegnando le forme del nuovo governo.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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