Il Borghese

Il lutto collettivo

Un’altra goccia di sangue macchia questa Italia prostrata e immobile in una crisi che pare cronica. Uno stillicidio continuo di vite perdute nell’oscurità pesante della disperazione per il lavoro perso, per il denaro che finisce, per l’incertezza del domani. E’ capitato quattro giorni fa che un commerciante si puntasse al collo il fucile da caccia, steso immobile sul letto matrimoniale. E’ capitato ancora martedì sera, in una cantina di Barriera Milano, dove un uomo giovane, in attesa di diventare padre per la prima volta, ha scelto di stringersi una corda al collo morendo tra i pochi attrezzi della sua professione.

Faceva il muratore l’ultima vittima di questa strage silenziosa che reca con sé responsabilità pesantissime e silenzi imbarazzanti.
Nessuno pagherà mai in un’aula di tribunale per queste morti. Nessuno è direttamente responsabile di questi gesti disperati che finiscono, come prassi, in un semplice archivio di polizia. ma sono sono morti sul lavoro. Peggio, morti per il lavoro. lavoro che non c’è più, licenziamenti a catena, umilianti provvedimenti di cassa integrazione, mobilità che si trascinano insieme a stringati comunicati del ministero dove si allude a possibili rifinanziamenti di cassa. Pare che a nessuno interessi ciò che accade davvero nelle nostre strade e nei nostri condomini.

Lui, il muratore che ha scelto l’oblio con qualche metro di corda, da settimane usciva di casa con gli abiti da lavoro per cercare un’occupazione qualunque, un lavoro a giornata, qualche decina di sacchi di cemento da caricare sul cassone di un camion. E ogni sera, dopo quel mozzicone di normalità agognata e mai raggiunta, tornava a casa da lei, che certo mostrava i segni radiosi della maternità. Un’agonia lenta di piccole menzogne fino a che il fardello è diventato troppo pesante ed è venuta fuori la verità. Il resto è la cronaca di due vite rovinate e di un bimbo che potrà conoscere suo padre solo attraverso qualche fotografia. Nessuno lo risarcirà mai. La crisi segna soltanto un’altra tacca e passa oltre.

L’atmosfera, inutile negarlo, è da tempo di guerra. I morti e i feriti di questa stagione amara si affastellano mentre Roma perde inutilmente il suo tempo tra beghe di palazzo e inciucetti mai così odiosi agli occhi dei cittadini. Aspettiamo un governo da quasi due mesi e le statistiche ci riportano dati agghiaccianti di aziende che chiudono, di negozi che non rialzano la saracinesca, di posti di lavoro spazzati via dall’oggi al domani. E sentiamo solo parole a vanvera e insulse classifiche di potenziali presidenti della Repubblica e premier. Mai un dubbio, mai una domanda su che cosa stia succedendo in questo Paese e su chi siano i veri responsabili della guerra in corso. Il problema vero – per essere franchi come d’abitudine – è che, di fronte a certe morti, l’intera nazione dovrebbe fermarsi. Siamo in lutto, tutti quanti. E queste morti gravano anche sulla nostra coscienza.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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