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Tra studenti e nobili, quando la “movida” era nelle case chiuse

“Marisa d’le pupe d’or” non c’è più: è venuta a mancare una trentina d’anni fa, dopo una vecchiaia di ristrettezze ma anche di grande dignità, lì nel cuore di Porta Palazzo dove tutti l’aiutavano volentieri. Marisa, dicono, era l’ultima delle “signorine” di quando Torino non conosceva ancora la movida, bensì le serate “a luci rosse” nelle case chiuse, mandate in pensione dalla legge Merlin. Il ricordo di Marisa è nella prefazione al libro dello storico Massimo Centini “Bordelli torinesi”, pubblicato dall’editrice Il Punto. Un viaggio nel mondo della prostituzione, tra documenti d’epoca, testimonianze, fotografie.

Ancora oggi a Torino sono in molti a ricordare le “signore” che stazionavano sui portoni di via Barbaroux, prima del risanamento e della trasformazione del quartiere ormai parte del Quadrilatero. E la vulgata corrente è concorde nell’identificare via Conte Verde come la «via dei bordelli», dove in effetti se ne contavano ben quattro, ai numeri civici 15, 17, 19 e 21. Bordelli considerati però di basso livello, dove la tariffa era più bassa, (una lira era quella documentata dai documenti della Questura nel 1899) e la clientela era per lo più di operai, militari, in sostanza “persone per lo più di basso ceto”. Aristocratici, agiati borghesi, ufficiali e professionisti – annota la questura – si trovavano più volentieri in via Sant’Ottavio 1, dove la tariffa minima era di 5 lire. Proprio come in via Principe Amedeo 42. Al 43, invece, la tariffa scendeva di una lira, così da consentire il divertimento anche a studenti e ceto medio.

A passare oggi in via Conte Verde resta ben poco della testimonianza di quell’epoca: palazzi comuni, un supermercato al piano terra. In via Maria Vittoria, dove tutti ricordano un bordello piuttosto noto tra i civici 41 e 44, non esiste neppure più il palazzo: c’è quella che chiamano «la ca’ nuova» accanto a un albergo. Proprio come accade in via Michelangelo, ma anche in corso Raffaello e in via Cellini: le “case chiuse” di un tempo sono state sostituite da condomini degli anni sessanta e settanta.

Tra il 1943 e il 1956, secondo il lavoro degli storici, erano almeno 14 i bordelli in attività in tutta Torino: oltre a quelli in via Conte Verde, c’erano via Cellini 34, via Feletto 31, via Fratelli Calandra 13 e 15, via Massena 73, via Principe Amedeo 42 e 43, via Michelangelo 9, via Sestriere 18. Cui si aggiungevano quelle di Chivasso, in via Cosola 15, di Ivrea in via Casinette 17, Pinerolo via Principi d’Acaia 6 e vicolo Madonnina 1, Susa in via Gelassa 14 e Venaria via Case Sparse 12. Ma il bordello considerato «il migliore di Torino», almeno per i comuni mortali, era quello di corso Raffaello 7, dove si diceva che vi fosse, a beneficio dell’estro artistico ed estetico dei clienti, una collezione di falli di cristallo. Ben diversi da quelli di pietra e marmo che diventano arma del delitto e pesante indizio nella “Donna della domenica” di Fruttero e Lucentini.

Ma per i clienti veramente facoltosi, c’erano serate riservate, per cui i bordelli chiudevano al pubblico, ospitando solo la clientela “vip”, come – si dice – le sale erano piene di alti prelati. Quanto a nobili e possidenti, ci si affida agli archivi della Questura di fine ottocento, che ricordano la signora «M.D.  di origine vicentina, abitava in piazza Castello 26 ed era nota per essere una “habitué di Montecarlo”; tra i suoi “intimi” risultavano molti nobile ed anche S.A.R. il Conte di Torino”, vale a dire il principe Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta». Allo stesso civico c’era anche la signora E.P. e sulla sua clientela parla chiaro la tariffa minima, che era di ben 25 lire. Poi la signora R.P. detta «Rosin ed Paris» che abitava in via Lagrange 41, veniva da Parigi, e conduceva una «vita mondana, corse, regate, spettacoli di gala», spostandosi con una carrozza trainata da cavalli e che tra i suoi clienti vantava il presidente del Consiglio Paolo Boselli (1838-1920).   Il mercato dei corpi lungo i viali di periferia, o ai confini del centro, era ancora ben lungi dal venire.

Andrea Monticone

 

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