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Torino: rabbia e disperazione nel Cie fatto a pezzi durante le sommosse (fotoreportage)

Muri anneriti, vetri in frantumi, letti e materassi dati alle fiamme. I tavoli della mensa sradicati, usati per forzare le grate. Le pareti di mattoni che separano i dormitori dalle turche abbattute, affumicate pure queste. Come il tetto e quel che resta dei televisori in dotazione a ciascuna delle camerate. Segni di rivolta dentro il Cie. E danni molto ingenti. Che si accumulano, sommossa dopo sommossa, e vanno ad aggiungersi alle spese sostenute per costruire, mantenere e gestire una struttura costata 14 milioni. Quantificare il costo dei disordini, al momento, non è possibile. Ma una cosa è certa: i posti ancora disponibili, cinque anni dopo l’inaugurazione del centro in muratura, sono poco più di un terzo del totale.

 «Settantaquattro su 180 – diceva il direttore lunedì – 39 per gli uomini, che sono al completo, 35 per le donne, che oggi sono soltanto nove». Gli altri, 106, sono fuori uso. Le stanze vuote, le porte chiuse, le maniglie utilizzate dagli immigrati per stendere i panni su fili ricavati con teli di carta, più difficili da trasformare in cappio rispetto al nylon. Qualcuno, comunque, ci prova. Come l’uomo che tenta di “fare la corda” mentre viene servito il pranzo e viene subito fermato. Poliziotti, militari e operatori della Croce Rossa fanno il possibile per ridurre al minimo le tensioni. E l’elenco dei servizi offerti fatto dal direttore è lunghissimo. Dai pasti alle attività sportive, dal supporto psicologico e giuridico ai corsi di primo soccorso. Addirittura lezioni di agility con i cani e di lingua italiana, forse le più “particolari” se si considera che a seguirle sono immigrati che l’Italia ha deciso di espellere. La tensione, però, è alta. Il disagio palpabile. Si vede negli occhi persi del ragazzo che fa avanti e indietro in cortile, si sente nelle parole dell’africana che dice di essere in pericolo se tornerà al suo Paese, dell’uomo che accompagna fuori dalla stanza un nigeriano «in sciopero della fame e della sete da otto giorni».

Ognuno vorrebbe raccontare la propria storia, ma nessuno parla volentieri di precedenti penali e guai con la giustizia. Altro tema “tabù”, le rivolte dentro la struttura. «A stare qui dentro tanto tempo ti sale la rabbia – dice un magrebino – qualcuno la sfoga con lo sport, qualcuno prende le terapie (psicofarmaci), qualcuno dà fuoco». «Io non mangio e non bevo per protesta da quattro giorni – spiega un russo che non ha ancora compiuto trent’anni – fuori, qui a Torino, ho una moglie e un bambino che va all’asilo. Devo mantenerli. Mi mandino via, se devono. Ma mi facciano uscire di qui». Le storie sono diverse. Ci sono ex criminali finiti al Cie dopo che sono usciti dal carcere e ora attendono di essere espulsi. Ma anche “semplici” clandestini. Una cosa, però, accomuna tutti. L’incertezza del domani. «Il non sapere – dice Mohamed, 42 anni, che inganna il tempo da sei mesi scrivendo poesie in un italiano perfetto – se mi rimanderanno in Tunisia o potrò tornare libero qui, dove ho lavorato 20 anni». Mohamed, come gli altri, non sa quando finirà la sua permanenza in corso Brunelleschi. E nessuno, al momento, è in grado di dirglielo. Dipende da molti fattori. Ma sempre di più dall’atteggiamento dei Paesi di provenienza, che talvolta non collaborano o addirittura ostacolano, non riconoscendoli, il rimpatrio di propri concittadini “indesiderati”. La legge prevede la permanenza nel Cie per un periodo che può arrivare fino a 18 mesi. Ma una prassi consolidata, almeno a Torino, fa sì che nessuno venga tenuto tanto.

«Dopo cinque, sei, sette mesi – spiega il direttore – se l’espulsione non è andata a buon fine lo straniero viene rimesso in libertà con un foglio di via». E questo accade sempre più spesso, se è vero che nel 1999 gli immigrati effettivamente espulsi erano più del novanta per cento e oggi la media si attesta tra il 50 e il 60. Meno espulsioni, meno “trattenimenti”, rivolte più intense e frequenti. Ma il centro va avanti. Con un’area, quella bianca, ristrutturata a nuovo dopo le sommosse. I lavori sono quasi finiti. Gli operai, dopo aver tinteggiato le pareti e avvitato i letti al pavimento, stanno installando gli ultimi televisori. La mensa è completata. Con tavoli di cemento, un tutt’uno con le fondamenta, impossibili da sradicare. Poliziotti, militari e operatori della Croce Rossa fanno il possibile per ridurre al minimo le tensioni. Ma il disagio degli immigrati è forte.

Stefano Tamagnone – tamagnone@cronacaqui.it
 

 

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