Il Borghese

Due vite sul piatto

Siamo alla resa. Anche dei conti. Sua eccellenza il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata rassegna le dimissioni nell’aula di Montecitorio («Lascio per salvare l’onore del nostro Paese») consumando uno strappo profondo con il governo e soprattutto con il premier uscente Mario Monti. «Io non volevo che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone rientrassero in India, ma la mia voce è rimasta inascoltata. Le riserve da me espresse non hanno prodotto alcun effetto e la decisione è stata un’altra». Silenzio, stupore. Ma se non l’ha decisa la Farnesina in accordo con il ministero della Difesa, qui rappresentato dall’ammiraglio Giampaolo De Paola, chi l’ha presa questa risoluzione? Chi ha deciso di imbarcare i due fucilieri di Marina con un biglietto di sola andata verso Nuova Delhi, facendosi scrupolo soltanto che non fossero messi a morte? E soprattutto quale è stata l’entità del baratto, perché di baratto si tratta, con le autorità indiane? Una ridda di interrogativi a cui lo stesso professor Monti sarà chiamato a dare risposte, già oggi in Senato. Sullo sfondo, tuttavia, emerge il più vergognoso dei mercanteggi: i due nostri militari, che tra l’altro avevamo spedito su quella petroliera a difendere interessi privati minacciati dalle azioni di pirateria, sono stati sacrificati sull’altare del business. O peggio ancora consegnati ad una nazione che ci è palesemente ostile per evitare che tutta una serie di contratti – a cominciare presumibilmente dagli elicotteri di Finmeccanica – venissero stracciati con il contorno di una serie di misure restrittive nei confronti delle imprese italiane.

Una genuflessione raccapricciante intanto perché calpesta i diritti umani delle due famiglie coinvolte e poi perché degrada i nostri soldati al ruolo di corsari loro stessi al soldo di padroni che invocano sicurezza nei mari. I “sor tentenna” del governo Monti adesso si sfilano con dimissioni a dir poco ridicole se condite con parole come Patria e onore. Ministri l’un contro l’altro armati, il primo che si straccia le vesti in zona Cesarini e l’altro, l’ammiraglio, che giura che lui non abbandonerà mai la nave. Peccato che qui la nave sia bella che affondata con i nostri marò che salutano Nettuno e la bandiera con la mano destra che scatta alla fronte. Adesso, comunque vada, i nostri signori ministri hanno pochissimo da perdere, compreso il cadreghino tecnico di prossima scadenza. Ma resta il problema gravissimo dei due fucilieri per i quali le famiglie invocano la certezza di una soluzione onorevole. Ancora ieri si sono rincorse voci su possibili accordi per la sentenza, sette anni, forse dieci, magari da scontare in Italia. Ma allora diciamolo che li abbiamo abbandonati definitivamente al loro destino, considerandoli noi stessi pirati. Vorrà dire che qualcuno ci spiegherà quanti sono ancora i nostri soldati impegnati a far la guardia ai criminali che solcano i mari, a garanzia degli affari e non certo della pace. Una domandina facile facile che ci auguriamo qualcuno ponga al premier uscente e pure al suo fido ammiraglio.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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