Il Borghese

Una domenica bestiale

Se non ci fosse Papa Francesco, magnifico nella sua umanità, che ci ha fatti innamorare un po’ tutti, compresi quelli che con la chiesa hanno rapporti light, per non dire freddi, guardare un telegiornale sarebbe un dramma. Perchè dopo gli abbracci alla folla, quel formidabile “buena domenica e buon pranzo”, proprio mentre stai per addentare una forchettata di spaghetti al sugo, le sue braccia alzate che sembrano benedire proprio te che sei a tavola e non in piazza San Pietro, ecco che arrivano le solite cronache dai palazzi. Roma sembra divisa in due: una a colori dove speranza, affetto, amore si inseguono e si abbracciano e una in bianco e nero, forse più nero che bianco, dove si litiga, ci si insulta, ci si divide.

O peggio ancora. Peccato che in mezzo ci sia il Paese che non vede la luce e non trova un motivo alcuno per gioire. Chissenefrega della scomunica di Grillo ai senatori che hanno votato un galantuomo come Grasso? O del toto-ministri di Bersani che non ha neppure il mandato esplorativo? O del litigio tutto televisivo tra Alfano e la Annunziata che dimentica come la mano santa dei partiti tempo addietro l’abbia seduta sulla poltrona più prestigiosa della Rai? Rischi di farti andare di traverso la pietanza, se ci pensi. E fuori pure nevica. Il problema vero è che lor signori hanno un’agenda politica che è dominata da temi che poco hanno a che fare con i reali problemi del paese. Legge elettorale, costi della politica, finanziamenti ai partiti sono nodi che andavano sciolti prima, altro che storie. Le priorità sono altre: la recessione economica che ci ha stremati, il calo dei consumi, un fisco asfissiante, l’incredibile moria di imprese, i licenziamenti a catena, la mobilità che rischia di diventare un mestiere, gli esodati, le pensioni al minimo. E la sanità con le pezze al sedere che, come cura, taglia i posti letto e vuole differenziare i ticket come se avere un reddito più alto fosse un delitto.

La politica ha perso il senso della realtà. E anche quando si affrontano certi temi, gli argomenti sono fuorvianti. A cominciare dalle litanie sull’abolizione dell’Articolo 18 che hanno tenuto banco fino a qualche mese fa quando sappiamo tutti, compresi quelli che non fanno gli imprenditori, che il problema vero non è la difficoltà nel licenziare quanto la difficoltà nell’assumere. Un contesto nel quale ormai la crescita della disoccupazione pare inarrestabile. Se poi ci aggiungiamo l’intollerabile pressione fiscale sulle imprese e l’irresponsabile comportamento dello Stato, il dramma è servito. Lo Stato, infatti, non paga i suoi debiti e se li paga lo fa con enorme ritardo. Ma la politica, tutta presa dalla sue beghe, di questo problema non si accorge, e non ne fa cenno neppure quando la campagna elettorale potrebbe consentire di spalmare promesse come la Nutella sul pane casereccio. Il problema vero è che il pesce puzza dalla testa e lo Stato è il primo responsabile delle difficoltà delle aziende a cui non pagando le fatture arretrate per qualcosa come 150 miliardi sta bloccando l’intera economia. Un comportamento folle se confrontato con le 47mila imprese che nel frattempo hanno chiuso o sono state protestate in banca. ma non basta. Ad aggiungere sale sulle ferite, intervengono pure le Regioni che per colpa del Patto di Stabilità hanno il denaro in cassa, ma non possono utilizzarlo per pagare le commissioni e rimettere il debito nei confronti delle imprese a causa del patto di stabilità. Un’altra botta di miliardi di euro che vale, da sola, l’intero gettito dell’Imu. E di conseguenza ci costa quasi altrettanto in mobilità e cassa integrazione. A ragionamenti fatti, passa la voglia del dolce. Fuori nevica più forte. Chissà se domani, con questi presupposti, avremo la forza di alzarci dal letto.  

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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