Il Borghese

Il male oscuro di Marina

La signora se ne sta impettita davanti a quella macchinetta colorata che emette strani suoni ogni volta che la sua mano destra infila un gettone nella fessura mangiasoldi. Avrà una sessantina d’anni e il lungo cappotto grigio, stretto alla vita con una cintura raccattata chissà dove, ha visto tempi migliori. Come la borsa che le attraversa il busto e che rimane aperta sempre per favorire un gesto meccanico che si ripete quasi all’infinito. Ossia la mano destra che si infila svelta, le dita che stringono il gettone e poi salgono verso quella fessura grigia che lo ingoia ingorda. Il gioco la prende al punto che tutto ciò che si svolge accanto a lei, il rapido passaggio di chi è entrato per acquistare le sigarette, il parlottio degli avventori del bar, persino un cagnetto che frigna reclamando briciole di un panino al prosciutto, le è indifferente. Vive una sorta di trance mentre i gettoni scivolano inesorabilmente verso la macchinetta che urla con toni bassi ma perentori una canzone di vizio e di povertà.

Scoprirò più tardi che la signora in questione aveva una piccola tintoria nel quartiere e che se l’è giocata tutta con quel vizio perverso alla ricerca di una fortuna che, forse, l’ha accarezzata qualche volta quando i gettoni sono scivolati in basso, tintinnando, in una canzone di effimera vittoria. Un’illusione pagata a caro prezzo. Man mano che le settimane passavano il negozio rimaneva sempre più spesso chiuso a doppia mandata con un cartello vergato frettolosamente su cui c’era scritto “torno subito”. Così mentre lei inseguiva la fortuna i clienti andavano altrove, stufi di portarsi appresso le borse con la biancheria sporca e le camicie da stirare. Una lenta agonia fino a quando una bella mattina la signora non ha più alzato la saracinesca e ha smesso di nascondersi dietro la scusa puerile del “torno subito”. Non è tornata più, la signora. E le sue giornate hanno finito per prendere il ritmo assurdo di ogni giocatore d’azzardo. Mattina e pomeriggio nei bar della zona, un’ora qui e un’ora là, più per pudore che per scaramanzia.

La storia di Marina, il nome è di fantasia e mi è venuto in mente osservando l’unico gioiello di cui non si separa mai, ossia un anello con una grossa pietra color del mare, potrebbe essere la storia di uno dei milioni di italiani che pare siano diventati vittime dell’azzardo. Una peste strisciante di cui le persone come lei sono solo la punta dell’iceberg, visto che ormai il web offre sterminate praterie in cui rovinarsi la vita in casa propria davanti ad un computer. Basta dire che l’anno scorso gli italiani hanno speso 15 miliardi e 406 milioni di euro (per intenderci quasi quattro volte l’intero gettito dell’Imu su scala nazionale) solo con l’azzardo on line. Un record mondiale per un Paese che secondo Eurostat ha la minor propensione all’uso dell’informatica rispetto a tutto il Continente. Se ci aggiungiamo i tintinnanti gettoni delle slot machine arriviamo al record dei record. Un’emergenza che ha il cattivo sapore della malattia mentale ma nei confronti della quale, visti gli enormi interessi in gioco, la tolleranza è tale da far urlare di vergogna.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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