Il Borghese

Un’inedita campagna elettorale

Quello che non avremmo mai immaginato di raccontare sta accadendo. Benedetto XVI ha deciso di abdicare. E lo ha fatto usando parole che sembrano più consone all’amministratore di una grande azienda, piuttosto che al Vicario di Cristo: ha annunciato le proprie irrevocabili dimissioni ed ha fissato anche la data, il 28 febbraio. Cercare un precedente nella storia della Chiesa significa fare semplicemente un esercizio accademico riesumando le cronache medioevali di Celestino V e Gregorio XII, paragoni troppo lontani perchè possano aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo oggi in una Chiesa problematica, scossa da scandali, tradimenti e vicende finanziarie che sembrano correre parallele con altre cronache infauste di banche e di banchieri.

Benedetto XVI ha scelto, a sorpresa, il concistoro per le nuove canonizzazioni per annunciare in latino ciò che nessuno si aspettava, esclusi il fratello e forse il fedele padre Georg. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede – ha detto – per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo». Come a dire di sentirsi ormai inadeguato al compito che gli è stato affidato. E lo ha fatto con estrema lucidità, come a smentire chi, nei minuti successivi alle sue parole, ha cercato di immaginare una malattia tanto grave da giustificare il gran rifiuto. Nella realtà pare di capire che Benedetto XVI, che pure è apparso provato in queste ultime settimane, abbia soprattutto patito i dolori dello spirito e di quegli affanni nati nelle stanze del Vaticano. Forse è stato proprio il tradimento del suo maggiordomo, il fragore delle cronache, il processo a porlo di fronte ad una scelta tanto difficile. Già era stato colpito duramente dalle insinuazioni sui preti pedofili, su quanto accadeva nelle diocesi americane, su come la Chiesa avrebbe coperto dieci anni di abusi.

Troppo, forse, per un Papa nato teologo e non politico. Oggi, in un parallelismo profano, il Vaticano entra come il Paese che lo ospita in una campagna elettorale per la successione che non ha precedenti nella storia moderna. Non che l’una cosa possa influenzare l’altra, ma è evidente che dal prossimo Conclave, come dalle urne delle prossime elezioni dovrà uscire il nome di una persona che sappia farsi carico dei grandi problemi dell’epoca che stiamo vivendo. Con il suo gesto Benedetto XVI ha fatto riferimento, pur velatamente alle sfide che la Chiesa dovrà affrontare per la propria sopravvivenza, ammettendo, questa volta in maniera esplicita, che non è più lui l’uomo giusto e che occorre un rinnovamento. Un sasso nello stagno per smuovere acque sempre immobili e iniziare un cambiamento che forse poteva partire solo da uno shock come questo. La risposta tuttavia, a giudicare dallo scatenarsi del “toto-pontefice”, è innanzitutto terrena. La dice lunga la sfilza di nomi che si rincorrono già in queste ore con l’Italia e l’Europa contrapposte al resto del Mondo, segno di una campagna elettorale urbi ed orbi per il governo dell’oltre Tevere. E non solo.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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